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L’ESILIO
DEL CROCIATO

…E per penitenza
Socci diventa professore


di Roberto Cotroneo


Perugia val bene una messa. Antonio Socci, inviato del settimanale «Il Sabato» in gioventù, poi entrato come vicedirettore, con  delega all'informazione, di Rai Due, passato per «Il Giornale», per «Panorama», e per quel vivaio di cianfrusaglie che sta diventando «Il Foglio», adesso ha lasciato il suo posto per andare a fare il Presidente della scuola di giornalismo della Rai di Perugia. La notizia è quantomeno ferale.

Già la crisi di questo mestiere era evidente, già le scuole di giornalismo lasciano spesso un po' a desiderare. Ma nominare Antonio Socci presidente della scuola di giornalismo che dovrebbe formare professionisti del servizio pubblico è un'idea che poteva venire soltanto in un paese sgangherato come questo. E che è peggio di quella che avrebbe portato Marzullo alla vicedirezione di Rai1. Perché se nomini senatore un cavallo, è improbabile che il cavallo si dedichi alla stesura di un disegno di legge. Ma se mandi Socci a Perugia fai a pezzi più di una generazione di studenti.

Sarebbe interessante capire secondo quale inoppugnabile criterio è stato scelto proprio Socci per formare i futuri giornalisti. Immagino che, dati i tempi, Socci fosse utile per capovolgere luoghi comuni sul giornalismo che hanno fatto il loro tempo, e che non portano da nessuna parte. Tantomeno nelle redazioni giornalistiche della Rai. Per prima cosa, è stato apprezzato quel modo liberale e rispettoso di trattare l'interlocutore, che è una delle cifre di Socci. Ricordo un memorabile duetto con Giovanna Melandri, dove il Socci mostrava un piglio indiscutibile nell'applicare il primo principio del nuovo giornalismo. Non far parlare il tuo interlocutore se dissente da te. Si può costringerlo a uscire dallo studio, o in alternativa (ma anche in accoppiata) impedire che la voce altrui arrivi ai microfoni e ai telespettatori, ripetendo ossessivamente: «Risponda alla mia domanda. Perché non risponde alla mia domanda?». La bravura sta tutta nel non dare la possibilità all'intervistato di rispondere alla domanda.

E rimproverarglielo di continuo. Che è come legare mani e piedi qualcuno, e poi ordinargli di correre. Alla fine vince il conduttore, che si indigna per la reticenza dell'intervistato. E Socci si indigna spesso. Eccetto quando intervista Berlusconi, dove è talmente rapito dal personaggio che si dimentica persino di fare le domande. Che è una nuova forma di intervista televisiva che deve essere assolutamente insegnata, a Perugia. E poi Socci sfata un altro luogo comune. Chi ha detto che i programmi di  informazione devono fare audience? I programmi di Socci sono stati tutti un tonfo inimmaginabile: i peggiori ascolti dei  programmi degli ultimi anni. E ci mancava pure. Basta guardare quella sorta di dibattito del lunedì, dove stanno tutti davanti a un tavolo con gli studenti in studio, naturalmente legati alla sedia. Le voci si accavallano, e più che un dialogo platonico, sembra una cena degli alpini al quinto genepy. Socci interviene, spartisce i compiti, dirime ben poco, e guarda tutti come uno che il giorno  prima ha ricevuto in dono il Santo Graal con un corriere espresso. Perché poi quelli come Socci, che hanno l'aria intransigente e dogmatica di chi la verità la conosce per dono divino, che sognano di finire in qualche eremo, che meditano, che chiamano i loro programmi Excalibur, e non sai se perché hanno visto troppi cartoni animati, o invece hanno mandato a memoria la collezione completa del Bollettino della società arturiana; quelli come Socci, insomma, mediteranno in privato, ma in pubblico dirigono reti, presiedono scuole di giornalismo, stanno nel mondo, scrivono, e la penitenza, se è il caso, la fanno fare agli altri.

In questo caso la penitenza sarà tutta per i malcapitati allievi futuri della scuola di giornalismo di Perugia. Ancora non è dato sapere come verranno cambiate materie e programmi, ma è certo che lui darà un'impronta. Gli studi tv avranno vie di uscita più agevoli, per semplificare la fuga degli ospiti sgraditi. Basterà seguire le bande luminose che saranno messe in tutti gli studi dei programmi di informazione. Si comincerà a sottotitolare i Tg. Non è detto che un telegiornale italiano debba parlare italiano. Oggi va molto l'aramaico, sottotitolato alla pagina 777 di Televideo. È più mistico, e convince meglio. Basta con il giornalismo televisivo spettacolare ed edonista. Per i conduttori un saio di tela grezza firmato Roberto Cavalli. Per le conduttrici una tunica bianca. I conduttori sono obbligati alla barba, come Giuseppe di Arimatea e come Socci, naturalmente; le conduttrici avranno il capo coperto. L'obiettività è una impostura illuminista. La parola è bandita per tutto il perimetro interno della scuola di Perugia, e per quanto riguarda le telecamere per le esercitazioni, non sarà consentito dire neppure «l'obiettivo mi sta inquadrando», ma al massimo «la camera mi sta riprendendo».

Mai cercare la verità. La verità è solo di Dio, non certo del giornalista, dunque è inutile occuparsene. Il giornalista moderno deve impegnarsi nell'attualità e nel sociale. Dunque esercitazioni su temi come: «Rieducare le streghe: una legge che colma un vuoto di tre secoli». Oppure: «Mandare i templari a Bagdad come caschi blu è la soluzione più efficace?». Infine si spera venga posta una targa all'ingresso della scuola di Perugia, che testimoni il senso di egualitarismo cristiano che è proprio di Antonio Socci. E dove sia scolpito a chiare lettere: «Se proprio io faccio il presidente di questa scuola, c'è davvero speranza per tutti».

 

da l'Unità


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