Sono tornati. Il «nucleo storico» era composto da dodici giovani, ieri notte erano una trentina in giro per Palermo. Un altro blitz è avvenuto nella vicina Bagheria, da parte di un gruppo capitanato dalla figlia dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia il 29 agosto 1991 per aver respinto una richiesta di estorsione. Stavolta nell’autoadesivo dei giovani autocostituitisi come una specie di cellula “irregolare” di iniziativa antimafia c’era scritto: «Santa Rosalia, liberaci dal pizzo», perché proprio ieri nel capoluogo siciliano iniziava il Festino, la festa popolare e religiosa dedicata alla santa protettrice di Palermo.
Alcuni dei bersagli del commando di propagandisti della nuova antimafia sono stati: il Giornale di Sicilia, la Cattedrale, la chiesa di San Domenico, Pantheon dei palermitani dove fu celebrato - tra gli altri - i funerali di Giovanni Falcone e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Tutti questi edifici ieri mattina apparivano tappezzati dagli adesivi antiracket. Decine di ragazzi hanno preso contatti con i promotori: sono disponibili a continuare a tappezzare di messaggi di rivolta contro la mafia tutta la città-capitale del “pizzo”, dove il cento per cento delle attività economiche sottostà al racket mafioso. Hanno accettato di parlare con noi. «Ci hanno cercato in tanti. Giornalisti, televisioni, forze dell’ordine e magistrati, molte associazioni, magari anche qualche “esattore mafioso”. Ma l’importante era il messaggio, non la nostra identità. Adesso ci puoi vedere: ci siamo definiti ribelli, differenti, scomodi, sognatori, siamo quei pazzi dell'adesivo contro il pizzo».
Eccoli «i pazzi di Palermo», poco meno di una decina di ragazzi, la maggior parte dei quali non ha nemmeno 30 anni, che per la prima volta, da quella notte del 28 giugno quando hanno invaso le vetrine e le strade di Palermo con la scritta «un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità», decidono di parlare davanti a un registratore e a un taccuino, non prima di aver ribadito la scelta dell’anonimato e di preferire un’intervista collettiva, che è stata realizzata prima dell’ultimo, clamoroso “attacchinaggio” antiracket.
Niente nomi, perché?
«Siamo stati criticati per questo, ma è una scelta che fa parte della sostanza del nostro messaggio. Che avremmo dovuto fare? Andare in giro a dire: eccoci, siamo stati noi? Saremmo diventati degli animali da circo per pochi giorni, tutta l’attenzione sarebbe stata rivolta sulle nostre vite che sono assolutamente normali. Un’intervista qui, una lì, e poi magari sul palco di Costanzo. No, grazie. L’importante era il messaggio e il perché di quel messaggio. E questa probabilmente sarà la prima e unica intervista».
Approfittiamone. Che intenzioni avete? Da dove venite? Dove andate?
«È stato scritto che volevamo aprire un locale e che l’idea dell’adesivo ci è venuta in mente perché ci siamo domandati come avremo fatto con la richiesta del pizzo. Non è proprio così. Noi volevamo, e vogliamo, fondare un’associazione culturale che faccia un lavoro di contro-informazione, sul territorio, su problemi reali. Poi magari anche divertendoci, perché no. Non intendevamo occuparci di mafia o di politica in senso stretto. E così che è venuta fuori un’immediata e violenta presa di coscienza che ognuno di noi aveva già dentro. Che consisteva nel rendersi conto di sentirci schiavi, privi di futuro, in questa città. Da questo ragionare con il cuore e con il cervello è venuta fuori l’idea dell’adesivo».
Il vostro gesto ha suscitato grande clamore. Eravate tutti d'accordo e consapevoli dell’effetto che avrebbe prodotto?
«Non siamo un gruppo organizzato, non perseguiamo fini di lobby o chissà cosa. C’è stata una discussione tra noi e abbiamo deciso, sembra strano a dirsi, sulla base dei nostri impegni quotidiani. Chi non ha attaccato l’adesivo quella sera, stava lavorando o studiando. Ma eravamo tutti d’accordo, alla fine».
E vi aspettavate questo effetto, tutta questa attenzione?
«No, davvero non ce la aspettavamo. Tutto è andato oltre le aspettative. La prima sensazione è stata quella del panico. Poi a freddo abbiamo capito di aver misurato il clima, la temperatura di questa città, dove tutto sembra che vada bene ma che invece ha degli sbalzi spaventosi. Ci siamo detti che tutto questo clamore nasce dall’insufficienza di chi dovrebbe raccontare la realtà e informare, da chi ha il dovere di attuare soluzioni e non lo fa, dagli stessi palermitani, per primi, che convivono con i mostri che essi stessi hanno creato. L’idea dell’adesivo è stata definita da un massmediologo “calda e territoriale”. Ne abbiamo riso, queste definizioni non ci appartengono».
E qual è stata la reazione della città?
«Immaginavamo che i commercianti avrebbero tolto gli adesivi dalle vetrine ma non ci aspettavamo che semplici cittadini li togliessero dalle fermate dell’autobus, dalle cabine telefoniche, dai marciapiedi, non ce n’è ormai nessuno in giro. Ci chiediamo se qualcuno abbia dato precise disposizioni alla Nettezza Urbana per “cancellare” il più velocemente possibili le tracce. Abbiamo espresso grande solidarietà per i commercianti che pagano il pizzo. Un fatto che ci ha colpito molto è stata la frase aggiunta ad uno degli adesivi: “Aprite un negozio in via Ruggero Settimo e poi ne parliamo” (la via centrale della città n.d.r). Il padre di uno di noi, che pure lavorava fuori Palermo ma in Sicilia, ha subito queste richieste. Ciascuno di noi, preso singolarmente forse si piegherebbe, ma l’obiettivo, come sempre ha detto Pina Maisano la vedova di Libero Grassi, era quello di cambiare il clima. Ecco perché abbiamo parlato di un’iniziativa che doveva parlare al popolo. Tutti i palermitani ogni giorno pagano il pizzo quando si presentano in un qualunque esercizio commerciale, perché in quel momento pagano, anche se in minima percentuale, una quota del pizzo che il commerciante consegna alla mafia».
Cosa vi ha fatto più piacere tra le tante attestazioni di stima?
«Non vorremmo rimanere soli, isolati. Non c’è bisogno di scomodare il giudice Falcone per dire che la cosa peggiore a Palermo è rimanere soli, essere percepiti come corpi estranei. La cosa che più ci ha fatto piacere è che un gruppo di persone a noi sconosciute ha fatto la stessa cosa pochi giorni dopo a Vibo Valentia, in Calabria. La nostra speranza è di aver innescato un meccanismo che poi ognuno potrà utilizzare nel modo che crede. Se continueremo? Può darsi, anzi speriamo di si qualora ci siano tante altre persone disposte a muoversi insieme a noi. Ma vorremmo parlare di questa città, di come si vive, di come nel profondo ha reagito».
E come ha risposto Palermo?
«Noi abbiamo usato la parola popolo che ha una forte carica retorica, e fors’anche anacronistica, ma la scelta non è stata casuale. La nostra è una ribellione all’idea imperante di un modo di vita individualistico, che si condensa, in una città come questa, nel motto “mi faccio gli affari miei”. Nell’estate del ‘92, dopo le stragi, il popolo siciliano si è manifestato, ha preso posizione. Anche se tutto ciò avveniva sull’onda dell’emozione, l’importante è che il popolo siciliano l’abbia fatto. In molti punti della città in quell’occasione sono apparse scritte che fino al giorno prima sembravano impensabili: “mafiosi vigliacchi” o “inginocchiatevi”. Senza saperlo, senza pensarci, il nostro adesivo viene proprio da lì, da quella tensione, da quella speranza, da quel bisogno di libertà. Ma adesso a distanza di anni ci siamo chiesti: questa oggi è la stessa città che chiedeva giustizia, che si ribellava, che voleva vivere libera?»
È la stessa città?
«È riduttivo dire che Palermo fosse diversa durante la giunta di Leoluca Orlando. Perché neanche quel sindaco è riuscito a cambiare lo spirito di questa città. Che è rimasta quella nella quale si considerano eroi inutili quelli che non si volevano piegare. Non lo diciamo noi, ma un sondaggio che è stato svolto nelle scuole medie della città. Palermo non è un’entità omogenea, definibile. La maggior parte della gente vive nei quartieri degradati, i cinema sono concentrati nelle zone borghesi, le opportunità che la nostra generazione ha di manifestare idee, svolgere progetti, costruirsi un futuro sono pressoché nulle. Abbiamo fatto un passo indietro, siamo ritornati agli anni ‘80, alla palude palermitana, dove tutto è immobile, di pietra. Forse è abusato dirlo. ma qui si vive come sotto un regime, soffocante e nello stesso tempo invisibile».
È di nuovo la Palermo irredimibile, come la definì Leonardo Sciascia?
«La consapevolezza di non contare nulla è insita nello spirito di questa città e della nostra generazione ed è per questo che in una lettera pubblica ci siamo definiti ribelli differenti scomodi sognatori. Questa città fagocita tutto: scandali, morti, vittorie e sconfitte, nell’indifferenza. Quanti al di fuori di Palermo sanno che per le ultime elezioni europee ci sono state gravi irregolarità? Quanti palermitani si sono sentiti truffati per questo? Pochi e non hanno voce. Ci siamo rassegnati a non contare, ad essere sudditi».
Ma non si può vivere sempre sotto la spinta di un’emergenza, dell’emozione, ci deve essere anche un progetto...
«È vero. Ma questa città finora ha perso quell’occasione».
Qual è il vostro rapporto con la politica, con i partiti, i movimenti?
«Uno dei nostri genitori ci ha detto, dopo tutto l’interesse suscitato dal nostro gesto: ma perché non fai politica? Ma noi abbiamo fatto politica quando tutti insieme abbiamo attaccato quell’adesivo. Non siamo certo degli eroi per questo. In Sicilia quando si parla di eroi vuol dire che si parla di morti o di chi è destinato a morire. Ma non potevamo non fare quello che abbiamo fatto, il nostro è stato un atto preciso e necessario».
Eppure nessun esponente politico vi ha attaccato, anzi è stato un coro unanime in vostro appoggio...
«Ognuno di noi mantiene posizioni politiche diverse pur avendo tutti la stessa sensibilità. Ma come molti cittadini di questo Paese facciamo fatica a identificarci nei partiti, nelle loro scelte.
In questo clima ci chiediamo se la liturgia della politica abbia un senso, perché qui c’è da ricostruire tutto. Al di là dell’impegno di questo o quell’altro uomo politico, da dove verranno fuori i futuri dirigenti di questa città nel deserto in cui ci troviamo?»
da l’Unità