Scappavano. A perdifiato giù verso il porto. Io stavo aggrappato al petto di mio padre. Mia madre lo seguiva stringendosi la gonna sui fianchi per non inciampare. Con una fuga, così è finita l’avventura in Argentina. “In America lavoro per noi non ce n’era!” hanno sempre raccontato. Mentivano. Partirono e tornarono per la stessa ragione: mio padre teneva più stretto il bicchiere che la zappa.
Puzzava mio padre. Di Vino rosso. Un ubriacone. Con mani grandi e ruvide come corde. Dopo il lavoro se le strofinava fin sopra i gomiti in una tinozza. Mia madre pregava. Seduta con le mani sul grembiule sgranava il rosario fatto di semi di carrubo. Teneva i capelli raccolti sulla nuca. Possedeva un lume spolverato e adorato quanto il Santo Sepolcro. Quando ci passava davanti mio padre si faceva il segno della croce. Illuminava una casa tappezzata dalle macchie di muffa. Non avevano figli. Stavano in un vicolo vuoto, ormai. Tutti erano partiti per il sud America. Molti in Argentina. Laggiù si mangiava. In Sicilia invece quando la terra si faceva secca, il pane, i contadini, lo tagliavano attaccato al cuore. Non bastava pregare i santi e ubriacarsi.
Un giorno mamma piegò il grembiule e lo infilò in un grosso pacco tenuto insieme da tele di juta e corde. Mio padre lo strinse e partirono. Abbracciarono i parenti e promisero di tornare un giorno. Sulla nave insieme alla salsedine gli si appiccicò addosso il presentimento di aver partecipato al proprio funerale. Tutti chiedevano a mia madre di poter vedere il bambino che portava in fasce. Quando si accorgevano che era un lume per molti fu pazza, per alcuni ricca. Mio padre trascorse il viaggio a distribuire ceffoni a chi l’ingiuriava e calci a chi cercava di derubarla.
In Argentina se sapevi spezzarti la schiena sul campo i soldi bastavano anche per un bicchierino.
Contento, davanti al lume, mio padre iniziò a farci anche una riverenza. Durante uno di quegli inchini notò un po’ di polvere. La tolse. La settimana dopo il lume era diventato opaco. Lo mostrò a mia madre “Ti senti bona?” Mio padre uscì in strada urlando: “benedetta l’Argentina, terra fertile è!”. Quel giorno baciò il lume, comprò una culla e si ubriacò. Una culla! Per quella i soldi non li aveva. “Me l’hanno regalata” farfugliò. Non era vero. Don Panza ti guardava le mani. Capiva se erano abituate alla fatica. Fece poggiare quelle di mio padre su un ceppo di legno. Le toccò. Ne osservò i profondi solchi. Decise. “Sono mani da lavoratore!” Prima del denaro le accarezzò: “se non me lo restituisci te le taglio tutt’e due”.
Mi chiamarono Peppino. Per mio padre fu la prima breve sbornia dopo la Sicilia. Presto tornarono le sbornie vere, quelle che lo facevano dormire sul pavimento e dimenticare i debiti. Ci pensò Don Panza a ricordarglieli: con un buffetto e una carezza sulle mani. Dopo quell’incontro mio padre incominciò a fermare la porta di casa con un’accetta. L’osteria rimaneva l’unico luogo allegro. Ai debiti con lo strozzino si aggiunsero quelli con l’oste. Si brindava ad amici, parenti lontani e nemici. Dipendeva dalla sbornia e quella di mio padre nelle ultime sere era rabbiosa. Si fece largo. In mezzo all’osteria, a gambe e braccia divaricate, brindò: “ a quel gran cornuto di Don Panza !” “OLEE” urlò la compagnia. Dal fondo della sala un tale si alzò e uscì. Don Panza, cappello calato sulla fronte, faceva finta di riposare. “All’osteria il siciliano le ha detto cornuto!” Don Panza agguantò la spia con gli occhi infuocati: “domani voglio le sue mani”. Due scagnozzi appiccicati al muro fecero di sì con il capo.
La sera dopo mio padre tardava ad abbassare il gomito. Mia madre non sapeva dei debiti. Dormiva abbracciandomi. Da fuori gli uomini di Don Panza accovacciati come rane cercavano di scardinare la porta facendo leva con le mani da sotto l’uscio. Il rumore la svegliò. Il letto le aveva disordinato i capelli, il sonno fatto allacciare il grembiule sulla camicia da notte. Si diresse alla porta. La illuminò. Le mani dei due scagnozzi l’avevano quasi divelta. La paura le soffocò la voce in gola. Il terrore le fece impugnare l’accetta che sprangava la porta. Quattro colpi svelti e netti mozzarono le mani dei due uomini. Uno si rotolò nella polvere mescolando il sangue alla terra. L’altro cercava, nel buio, le sue mani strofinandosi quello che rimaneva contro gli zigomi. Il sangue gli imbrattava i capelli.
Scapparono. In un angolo della casa la mamma pregava con l’accetta in mano. “Dove siete?” urlò mio padre davanti alla porta staccata. Mia madre ed io eravamo nascosti sotto il letto.
Al porto una nave merci partiva all’alba verso la Spagna. Quando Don Panza arrivò, il lume era sul tavolo. Sulla nave, stretto al petto di mia madre, c’ero io.