Bravo, Antonio Maiorana, imprenditore di 48 anni, lo è (o era) certamente. Intelligente, sveglio, e anche furbo. Con qualche scatto di nervi e frequenti intemperanze caratteriali bilanciate, ha raccontato chi lo conosce, da slanci di generosità. E bravo, all'università, facolta di Giurisprudenza, è (o era) anche il figlio Stefano, 22 anni, numerosi esami già dati e una carriera appena iniziata nell'azienda del padre, la Calliope Costruzioni, che si occupa di edilizia residenziale spacciata per popolare ad Isola delle Femmine, periferia orientale allargata di Palermo, area sotto il dominio mafioso del nuovo padrone della città, il superlatitante Salvatore Lo Piccolo. Di loro, padre e figlio, incensurati, scomparsi nel nulla il 3 agosto scorso dopo essersi allontanati improvvisamente dal cantiere («perdiamo una mezz’oretta») resta una Smart regolarmente parcheggiata all'aeroporto di Punta Raisi e trovata il giorno dopo e due ipotesi: allontanamento volontario o duplice caso di «lupara bianca» (per il pm Gaetano Paci che coordina l'inchiesta le due ipotesi hanno «pari dignità»). La chiave della scomparsa dei Maiorana per gli investigatori sta nell'ultimo mese di frenetica attività dell'impresa edile, impegnata nei lavori, ormai quasi ultimati, di costruzione di 50 appartaville in un complesso residenziale in un'area vincolata ad edilizia popolare. Un ultimo mese in cui la vita professionale di Antonio Maiorana subisce una brusca impennata: da consulente esterno della società diventa prima procuratore insieme con Dario Lopez, poi entrambi rilevano le quote dei soci e, una settimana prima della scomparsa, l'ultimo colpo di scena: le quote dell'imprenditore, ufficialmente protestato, passano alla compagna, una donna argentina che, seppur non indagata, è diventata per i carabinieri il testimone più reticente della vicenda: su passaggi apparentemente banali e normali della vita societaria, ma anche della dinamica della sparizione dei due, ha accusato strani vuoti di memoria, ritrovata, guarda caso, quando a rivelare i particolari a prima vista insignificanti sono stati altri. Un atteggiamento di sicula omertà, insomma, che secondo i carabinieri nasconde motivi ancora oscuri. Anche perchè tutto l'affare della Calliope non nasce sotto il segno della legalità: realizzate con la normativa per l'edilizia popolare, le case sono state vendute grazie a mutui agevolati accesi dalla Calliope e «girati» agli acquirenti che li hanno utilizzati, però, solo per la metà del prezzo, da vero e proprio mercato residenziale. L'altra metà l'hanno aggiunta loro e costituisce per la società una considerevole (tra i 5 e i 6 milioni di euro) provvista in nero sulle cui tracce si sono messi i carabinieri. Ecco perchè ieri i militari hanno perquisito per l'ennesima volta il cantiere, scoprendo che 21 dei 23 operai lavoravano in nero, comminando ammende per 250 mila euro, e inibendo l'attività della società fino a quando non salderà le multe.
Raccontata fin qui potrebbe essere una moderna storia di mafia, intervenuta a punire uno sgarro (un pizzo non pagato, una società di forniture esclusa, un favore non concesso) di un imprenditore vittima di un carattere «difficile», o un intrigo familiare ordito da un uomo abbastanza sveglio per sfuggire ad grosso problema incombente simulando la sparizione con il figlio con la complicità dei familiari: eppure, in questo giallo palermitano ancora tutto da indagare, Cosa Nostra non compare con il volto moderno delle relazioni attuali, ma affiora con quello antico delle compromissioni eccellenti tra affari e politica. Di alto livello. E di fronte agli investigatori è costretto a sedersi per essere interrogato un uomo che viene dal passato più buio di questa città, Francesco Paolo Alamia, consigliere comunale Dc, amico e socio di don Vito Ciancimino, imprenditore a metà tra affari e politica nella stagione cruciale in cui Cosa Nostra andava alla ricerca di volti puliti cui affidare i miliardi del traffico di eroina. Per questa ragione Alamia, insieme con un altro imprenditore rampante, Filippo Rapisarda, finì indagato, con Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, nell'inchiesta palermitana madre di tutti i riciclaggi, quella sviluppata nel fascicolo 6031/94, dall'esito ormai noto: archiviata, perchè il tempo per le indagini non è stato sufficiente a raccogliere gli indizi di colpevolezza, la posizione del leader di Forza Italia. Rinviato a giudizio e condannato a 9 anni per mafia Dell'Utri. In quel fascicolo finì archiviata anche la posizione di Alamia: era il presidente della Venchi Unica, alle sue dipendenze lavorava un giovane Dell'Utri rimasto con lui in buoni rapporti: in un interrogatorio ammise di esser stato contattato nel 1995 da Alamia che, tornato ad occuparsi di compravendite immobiliari, gli avrebbe proposto «l'acquisto di alcuni palazzi a Palermo». Che c'entra Alamia con la scomparsa di Maiorana? L'ex consigliere comunale è uno dei due soci (l'altro si chiama Bandiera) del quale Maiorana ha improvvisamente rilevato le quote per intestarle alla compagna argentina. I due (Maiorana e Alamia), hanno scoperto i carabinieri, si conoscono dalla metà degli anni '80: da quando, cioè, erano soci nella Progea, società immobiliare proprietaria, tra l'altro, del complesso residenziale di Cefalù «Baia dei Sette Emiri», al centro di un processo per bancarotta e a lungo sospettata di essere stata realizzata con capitali di provenienza dubbia. Inutile dire che l'interrogatorio di Alamia si è rivelato di nessuna utilità. Notizie più utili i carabinieri si attendono dall'analisi della ragnatela dei rapporti societari che ruotano attorno alla Calliope e dalla verifica dei flussi finanziari in nero, dispersi in mille rivoli e assai difficili da ricostruire per intero. Al lavoro anche gli specialisti del Ris di Messina: hanno setacciato la Smart a caccia di tracce utili, trovando solo qualche impronta da comparare. Nel frattempo altre notizie sono state raccolte sull'imprenditore Maiorana, assai simile nel percorso professionale, al suo ex socio Alamia: come lui era un assiduo frequentatore dei palazzi della politica e negli ultimi tempi si vantava addirittura di avere ricevuto un incarico all'interno dell'agenzia regionale per il Mediterraneo voluta dal presidente Cuffaro e poi cancellata dal parlamento di palazzo dei Normanni.
da l'unità