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TORINO-CATANIA
E RITORNO



di Simone Laudiero


Andata (28 ottobre – 29 ottobre)

Per un libro destinato al bookcrossing il viaggio Torino-Catania sembra il paradiso. Non è facile la vita del libro liberato, magari in the wild, sulla panchina di un parco o sulla scatola del pulsante di un semaforo. La scatola del pulsante di un semaforo serve a proteggere il pulsante dalla pioggia, e uno ci mette sopra un libro, un libro per proteggere un pulsante dalla pioggia?

All’Arcibookcrossing di Torino hanno scatoloni pieni di libri che scalpitano per trasferirsi a Catania. Resta solo da trovare gente disposta a portarceli.

Incontro Vladimir, Micaela e Raffaela (l’Arcibookcrossing) davanti al bar di Porta Nuova. Mi viene presentata la mia controparte catanese e compagna di viaggio, Cettina, per la quale questo è il viaggio di ritorno.

Mentre Vladimir si aggira per le carrozze distribuendo libri ai viaggiatori già seduti, qualcuno avanza la possibilità che anche io provi a offrire un libro a qualcuno. A me sembra prematuro nella mia formazione di corsaro, ma prendo due libri dalla scatola e ci provo: arriva un ragazzo con un sacco a pelo in spalla, un autentico cittadino del mondo affamato di nuove esperienze, mi sembra il bersaglio ideale per un principiante, gli vado incontro e gli tendo un libro.

Ciao posso lasciarti questo libro...”

Il ragazzo mi ascolta mentre gli spiego cos’è il BC, poi prende il libro, lo guarda e me lo punta contro: “Che fai, mi dai un libro con una svastica sopra? A che gioco stai giocando?” (sic).

Primo errore da principiante, non ho fatto per niente caso alla copertina: il libro che ho in mano è tutto nero, ha una grossa svastica e il titolo enorme: LA FORMULA. Giuro al ragazzo che non lo avevo neanche guardato, e vorrei aggiungere che le librerie sono piene di trillerazzi con falci martelli e stelle rosse in copertina e titoli tipo “Codice Omega” e “Operazione Omicron” ma nessuno pensa che li abbia scritti Stalin sotto pseudonimo, alla fine gli offro un molto più innocuo e colorato romanzo Zandegù, ma il ragazzo accampa due scuse e se la da a gambe.

Io rimetto LA FORMULA nella scatola e pesco qualcosa di meno compromettente, faccio qualche altro tentativo ma il risultato resta lo stesso, la colpa non era tutta della svastica in copertina. Per fortuna Vladimir ha un bustone pieno di libri per continuare con calma a bordo.

Convincere qualcuno a portare con sé un libro sul Treno del Sole non è per niente facile, ma posso contare sulla mia compagna di viaggio, Cettina. Cettina ha accumulato esperienza all’andata provando a liberare libri contro energumeni, consiglieri di Alleanza Nazionale, orchi di Saruman e chissà cos’altro. Le chiedo cosa fa, lei prova a svicolare, dice di essere “dirigente di un circolo didattico”, ma non lasciatevi ingannare: la cruda verità è che è la preside di una scuola, elementare e materna. E di nuovo non lasciatevi ingannare, perché non somiglia per niente alla preside con cui avete avuto a che fare ai vostri tempi, non importa dove e quando siate andati a scuola. È un’altra cosa ancora.

Per prima cosa Cettina mi mette in guardia dalla Grande Incomprensione: che noi il libro lo si voglia vendere, sotto sotto. È la prima cosa che bisogna mettere in chiaro, “non è che è gratis, non glielo stiamo regalando, lei se lo legge e poi lo rimette in circolazione”. Questa forma di proprietà diffusa è la parte più ostica, difficile da capire e da accettare, e forse per noi del Sud lo è ancora di più. Anche io la prima volta che ho sentito parlare di BC ho pensato: ma questa è una roba che possono fare a Copenhagen, al limite.

Cominciamo il giro degli scompartimenti, offrendo un libro nuovo o il cambio di quello ricevuto da Vladimir. Buonasera, ha già avuto il libro?

Partiamo subito da una signora che sta già leggendo. Scorre attentamente tutto quello che abbiamo, per poi dirci che non c’è niente che le interessa. Per curiosità butto l’occhio per vedere che cos’è che le interessa: Wilbur Smith. Se uno è selettivo.

Lasciamo anche libri da soli, negli scompartimenti vuoti. Anche Vladimir l’ha fatto, quindi sarà una buona idea. Magari qualcuno preferisce fare il primo approccio senza avere troppi occhi addosso.

Di fronte al libro che viene porto, la prima risposta è sempre la stessa: di che tratta? Sempre. Molte persone hanno paura dei libri, li sentono più forti di loro, come se bastasse aprirli e le idee ti saltassero in testa, manco fossero la televisione.

Facciamo la fatica dei venditori porta a porta, e non dovremmo perché i libri sono gratis. Poi capisco che i libri non sono gratis, anzi. Costano fatica: se offrissimo la scelta tra leggerli e pagarli forse avremmo più successo. Stiamo distribuendo compiti, non svago. Cettina è il medico e io l’infermiere col vassoio, facciamo il giro della clinica e a ciascun paziente diamo la sua medicina. Ha già preso la pillola? Ha già avuto il libro? Ha già sentito parlare del bookcrossing?

E siamo anche un po’ testimoni di Geova, giriamo porta a porta proponendo una fede che appare strana e specialmente inutile. All’andata Cettina ha dovuto giurare di non essere testimone di Geova, sul serio.

Passiamo uno scompartimento con dei bambini, e forse lo scartiamo pensando che i bambini siano da soli troppo impegnativi, ci passiamo davanti un paio di volte, ma poi cediamo e ci affacciamo. Quelli avanti dicono subito no grazie e vorrebbero mandarci via, ma seduta al finestrino c’è una signora con l’occhio attento, e ci provo: “Lei signora, la vedo interessata”.

Ma di che si tratta?” (ovviamente)

Guardo il libro che ho in mano. “Storie di ragazzi”.

Non è ad argomento religioso?”.

No, non è ad argomento religioso. La signora sperava che fossimo testimoni di Geova.

Sul treno quasi tutti sono persone anziane. Passiamo un po’ di tempo con tre fratelli (e moglie di uno dei tre) simpatici e ben disposti. Con loro scatta un nuovo tipo di fraintendimento: quello senza baffi ha ricevuto un bel libro corposo, “La Salamandra”, e teme di non riuscire a finirlo tutto entro la fine del viaggio. Noi gli spieghiamo che non c’è un tempo entro il quale leggerlo, lui si tranquillizza e sembra che quasi si sia raggiunto l’accordo, quando il più baffuto dei tre rompe il silenzio e domanda: “ma quanto costa?” (e mi sorge il dubbio che nessuno, da quello della svastica in poi, ci abbia creduto davvero che non si paga niente).

Penso a quei senegalesi che ti offrono un elefantino di pietra dicendoti che è un regalo, e poi appena l’hai preso ti chiedono due euro. O peggio quelli che ti fermano per strada chiedendoti qual è l’ultimo libro che hai letto, poi ti chiedono se hai letto più o meno di un libro quest’anno, e poi ti chiedono se vuoi che euroclub ti spedisca un libro al mese scelto accuratamente tra i più brutti in circolazione. È normale che nessuno ci creda che non si paga niente, forse non ci crederei neanch’io.

La moglie dei tre fratelli riprende il più baffuto, gli dice che è proprio gratis, e la sua sicurezza mi rincuora un po’. Si riaccende il dibattito, ma il momento magico è passato, la Salamandra perde terreno, non ce la fa.

In quel momento dal corridoio arriva una signora correndo, ci domanda se si può fare un cambio e confessa che a lei piacciono i thriller. Scorriamo un po’ quelli nel bustone, finché scopriamo dalla quarta di copertina che la Salamandra ha colpi di scena ad ogni pagina, e una volta iniziato il lettore non potrà più smettere. Il fratello senza baffi lo cede volentieri e la signora se ne va felice, lettrice che ha trovato il suo libro.

La scena ha dato coraggio ai tre fratelli: senza baffi prende un libro di storie siciliane, quello che non ha parlato ancora ne sta già leggendo uno simile e ce lo mostra, il terzo mi guarda come a dire: “mi sembra che la mia famiglia abbia fatto bene oggi, passa appresso”, o forse solo “passa appresso”. Passiamo appresso.

Incontriamo ancora anziani. Pochissimi ragazzi, e sono i più svelti a mandarti via, abituati agli elefantini di pietra e agli euroclub, non ti danno il tempo di spiegare. E poi c’è un russo (un est-europeo, almeno), sulla trentina, che riconosce il Golden Gate su una copertina e prende l’omonimo libro. Il russo è l’ultimo successo prima di andare a dormire. Arriviamo a Pisa. I libri nel bustone sono quasi finiti, e decidiamo di conservarne un paio per l’arrivo.

Prima di dormire medito se tirare in ballo anche i miei compagni di scompartimento, una coppia di vecchi siciliani con cui faccio fatica a capirmi. Lui scherza sui letti a castello facendo riferimento alle sue esperienze di militare, ma non capisco di più di questo, e desisto.

Quando la mattina dopo cerco quelli che hanno preso un libro e chiedo se hanno avuto il tempo di leggere, i più mi guardano come a dire: a chi vuoi scocciare, non ci reggiamo in piedi stamattina. Anch’io non sono proprio in forma. Non a caso il russo è l’unico che mi mostra il segno, a pagina 67, e si scusa perché poi ha anche dormito. Vorrei dirgli che ha messo dei record in ogni specialità, come lettore e di conseguenza come viaggiatore, gli sorrido e gli auguro buon proseguimento di viaggio.

Resta un’immagine. Uno scompartimento davanti al quale io e Cettina siamo passati due o tre volte durante il nostro giro iniziale tra Torino e Pisa. C’è un vecchio, solo. Di fronte a lui c’è un tavolino aperto, e sul tavolino un libro. Il vecchio sta seduto, rigido, spalle schiacciate contro il sedile, occhi puntati sul libro, aspetta che faccia la prima mossa.

Catania (29 ottobre – 30 ottobre)

A Catania ci sono stato 27 ore, ma sembrano 270. Ho incontrato persone di cui varrebbe la pena parlare, visto posti di cui varrebbe la pena parlare e mangiato cose di cui varrebbe la pena parlare, ma lo spazio non lo permette e dovrò sorvolare su quasi tutto.

Depositato da Cettina al B&B, doccia, mi viene a prendere Marzia e comincia un giro delle principali attrattive del catanese.

La prima è Domenico, il capo di South Media, passiamo a salutarlo all’aereoporto. Io me lo guardo bene (l’aereoporto): è dove atterrerò dopo solo due ore di viaggio la prossima volta che verrò a Catania.

La seconda attrattiva è il pranzo davanti al mare di Aci Trezza, quella dei Malavoglia (se uno ci fa caso, tutti si ricordano Aci Trezza. Più di Recanati, più del ramo del lago di Como, Aci Trezza è un nome che si pianta nel cervello).

I tre faraglioni di Aci Trezza sono in realtà quattro, ma il quarto è basso e brutto e si vede che non soddisfa le condizioni necessarie perché possa essere considerato tale (poi dicono che al Sud siamo troppo tolleranti). I tre faraglioni ufficiali invece sono all’altezza del loro nome. Tutta la zona è paesaggisticamente molto bella. E se si vedesse l’Etna, nascosta dal brutto tempo, sarebbe molto molto bella. Così mi dice Marzia, e le credo sulla parola.

Non capisco Verga, però. Da bravo napoletano mi sembra che nel contrasto tra straordinaria bellezza naturale e tragicità dell’esistenza umana ci sia tutto, ma Verga non la pensava così: messi i suoi punti fermi sul pessimismo non ha pensato di dilungarsi neanche per mezzo capitolo con la promozione del territorio. Che merita.

Lo stesso dicasi per Aci Castello. Il cielo è coperto, il sole bianco pallido, il castello una prua nera che si arena nella pietra lavica, l’effetto molto metafisico.

Da lì cannolo all’Etoile, bar di Catania con vetrine lussuriose. Vedo cibo di ogni genere, ma non posso parlarne adesso perché sono a stomaco vuoto.

Di Catania mi stupisce la somiglianza con Napoli. Sono posti unici, va da sé, ma non avevo mai visto un posto così simile a casa. Davanti al Castello Ursino (uno di quei bei castelli che Federico II amava seminare per l’Italia) incrociamo tre studenti di Marzia in bicicletta, ragazzini di otto dieci anni su biciclettone tecniche grandi il doppio di loro. Ci girano intorno silenziosi, fanno le impennate, quando alla fine parlano provocano la professoressa chiedendole un accendino. A Napoli avrebbero fatto le stesse cose, ma gridando.

Torno in albergo, dormo un po’ e poi scendo a fare aperitivo con Domenico e Giulia. Parliamo di South Media, della pietra lavica di cui Catania abbonda (ma che ora si vende ai giapponesi – che poi di vulcani ne hanno a volontà, boh) e di una cosa fondamentale che non avevo messo a fuoco: che tutta quest’iniziativa serve a informare/sensibilizzare/diffondere, più che a far leggere i vecchietti in treno. E mi sembra un po’ più riuscita.

La sera c’è un incontro, durante il quale io e Cettina raccontiamo quello che abbiamo visto. Di sicuro con il nostro giro abbiamo parlato a persone che difficilmente avrebbero potuto essere informate sul BC attraverso altri canali, ma credo che le condizioni del viaggio mettessero tutti in uno stato d’animo poco disponibile all’ascolto (per usare un eufemismo).

Domenico pone l’accento sulla realtà che abbiamo incontrato, anche indipendentemente dal BC, sull’anacronismo di questo viaggio da emigranti che si tende a considerare un capitolo chiuso quando non lo è ancora.

Il Treno del Sole è frequentato da anziani, soli o in coppia, vanno a trovare i figli al Nord o tornano dai fratelli al Sud o vanno all’estero per ragioni mediche. Sono persone non abituate a viaggiare, e che ne farebbero volentieri a meno. E sono esse stesse perfettamente consapevoli di essere protagoniste di un anacronismo: questi 1400 chilometri sono vissuti da tutti come una vessazione. Anche quei vecchi siciliani per i quali il tempo sembra rallentato sanno perfettamente che sarebbe molto più semplice e neanche tanto più costoso prendere l’aereo. Forse hanno paura di volare, forse i figli hanno paura che volino, forse senza familiarità con internet è difficile trovare tariffe convenienti. Non importa la ragione, la maggior parte delle persone che incontro è costretta a prendere il treno, protesta, giura che la volta successiva prenderà l’aereo, ma magari dice così ogni volta.

La giornata finisce a un chiosco per assaggiare il mandarino al limone con Cettina e Enrica (che non è di South Media ma insegna nella scuola di Librino dove mi aspettano domani). Mi dicono che il mandarino al limone è una cosa tipica catanese. È l’unica delusione.

Martedì mattina ho l’onore di parlare con gli studenti di scuola elementare della Grazia Deledda (dove Cettina è preside), e con le prime e terze medie dell’Angelo Musco di Librino. Gli argomenti sono il bookcrossing e la passione per la lettura/scrittura. Mi sento addosso una gran responsabilità a dover parlare con dei ragazzini di cose così importanti, ma si rivela molto più facile di quanto mi aspettavo.

Alla Deledda le cose si mettono bene fin da subito. Qualcuno ha detto ai bambini (ragazzi?) che scrivo per Camera Cafè, e questo basta a scatenare l’entusiasmo generale e ad aprire il rubinetto delle domande. L’interesse per il mondo della tv è enorme, è fonte di divertimento, di aneddoti e di scoperte (la macchinetta del caffè non esiste!). E nonostante ciò le domande sui libri sono decine, non molte meno di quelle su Camera. E sono davvero belle.

Alla Musco invece cominciamo parlando di BC. Tra i ragazzi qui ci sono anche quelli che sono stati alla stazione di Catania a liberare i libri (quando Cettina è partita). Dovrebbero raccontarmi la loro esperienza (e un po’ lo fanno – naturalmente è identica alla mia) ma non sono abituati a ricevere estranei, e la mia presenza non li mette a loro agio. Quando però mettiamo da parte il capitolo bookcrossing e passiamo a parlare di lettura e di scrittura, in molti prendono coraggio. Le domande sono più timide ma la scelta di non tirare in mezzo Camera Cafè paga, perché si parla solo di libri e spaziando anche più che alla Deledda: dal rapporto tra un libro e l’adattamento cinematografico alle letture dei genitori, e arriviamo perfino al funzionamento del mercato editoriale (e qui le mie capacità comunicative naufragano).

Sono certo che se fossero stati licei (non parliamo di una classe di università) le cose sarebbero state più difficili, avrei trovato ogni genere di barriere. I ragazzini di quinta elementare o prima media, invece, chiedono esattamente quello che vogliono sapere. Quanto ci vuole a scrivere un libro? Cosa ti spinge a comunicare con un romanzo? Ma poi quando hai finito sei triste? È quel genere di domande che farei io se non avessi niente da dimostrare. Decine di domande alle quali è un piacere rispondere, e mi illudo che nessuna sia stata imbeccata dagli insegnanti, come mi illudo di aver comunicato davvero con i ragazzi. I due incontri nelle scuole sono di gran lunga i momenti più intensi, e da soli sono valsi le quaranta ore di viaggio.

Dopo il secondo incontro resta solo il tempo per un veloce giro di Librino, con il treno che minaccia (ma minaccia solo) di partire di lì a due ore.

Librino è un quartiere di periferia nato come prestigiosa città satellite, “fiore all’occhiello di Catania” (così Wikipedia), ma venuto su come schiera di casermoni abusivi e divenuto sede naturale di povertà, degrado e malavita. A farmi da guida è Eleonora, librinese di famiglia librinese. Viveva qui quando Librino era un gruppo di case su una collina tenuta a viti.

Vedo il quartiere di sfuggita, passiamo di fretta in auto con il finestrino abbassato. Piazzali vuoti, aiuole incolte, dorsi erbosi coperti di rifiuti. Da napoletano è un paesaggio che non mi è nuovo, ma un edificio mi coglie alla sprovvista, il “palazzo delle mani”, un blocco di cemento nascosto dai più grandi casermoni, pareti nude e finestre vuote, sembra disabitato, svuotato dall’esplosione di una bomba all’idrogeno. Solo quando ci avviciniamo vedo che sui lati, dov’è più nascosto, ci sono file di panni stesi, tende di plastica, e altre tracce del fatto che il palazzo è abitato e in attività.

A piano terra ci sono dei buchi nel muro. Qui si viene dalla città a comprare la droga. Si lasciano i soldi in uno dei buchi, e una mano spunta fuori con la merce acquistata. Non si vede anima viva, ma l’istinto è di pensare che ti guardino attraverso quei buchi, fa paura.

La nuova Librino è stata progettata dal giapponese Kenzo Tange (nome che da solo evoca straordinarie meraviglie del design) e realizzata in maniera tale che il signor Tange si è visto costretto a rinnegare tutto e a darsela a gambe levate. Il risultato finale ancor prima che brutto è abbandonato, tagliato fuori, un binario morto. Vedendo Librino e parlando con i ragazzi della Musco mi sembra di capire il senso dell’intera operazione Torino-Librino: creare un collegamento, anche simbolico, tra il mondo e questa periferia di una città nella periferia di un paese di periferia. Riallacciare un binario morto, creare circolazione, rompere l’isolamento.

Ritorno (30 ottobre – 31 ottobre)

Anche al ritorno ho il mio bustone di libri da liberare, e anche al ritorno il viaggio non si presenta come la situazione ideale. Causa frana dovuta a nubifragio dovuto a fronte di bassa pressione (definite dalle FFSS cause di forza maggiore), il tratto di ferrovia Catania-Messina è interrotto, come già all’andata, e va fatto in autobus. Partiamo 40 minuti in ritardo. A bordo l’umore collettivo non è dei migliori, e non migliora alla notizia che dovremo raccogliere passeggeri a tutte le fermate intermedie: Acireale, Taormina e via dicendo, fino a esaurimento dei 17 posti liberi che abbiamo a bordo. Non migliora quando ci buttiamo nel traffico di Acireale. La nota positiva è che i siciliani sono molto più solerti dei napoletani nello spostare le auto lasciate in doppia fila (mi sarei aspettato che come noi considerassero disonorevole affrettarsi a farlo). La nota negativa è che parcheggiano ovunque, e in particolare dove passa il nostro autobus. L’ingresso ad Acireale è di una lentezza estenuante, l’umore a bordo non migliora, e non migliora neanche quando scopriamo che il lungo détour ci è valso un solo passeggero. Ancora 16 prima di poter andare in autostrada. In autobus si accende il dibattito: “Pro e contro del trasporto su gomma. Quali prospettive alle soglie di un’incazzatura generale”. Una signora mi domanda se perderemo il treno, io le rispondo che il treno non può partire vuoto, lei spalanca gli occhi, mi tocca le mani e dice: “Bocca santa, grazie!”. Per dire che l’umore non è migliorato.

Io decido di disobbedire agli ordini dello Stato Maggiore e di rimandare la liberazione dei libri a tempi migliori. Voi avreste fatto lo stesso.

Squilla il cellulare dell’autista, che risponde in un dialetto strettissimo, un fiume di parole incomprensibili con in mezzo ogni tanto il “dgeale” di Acireale. Tutti tendono le orecchie, ma non ci sono novità. Il cellulare squilla ancora, l’autista risponde in italiano, ascolta e poi dice: “vado dritto a Messina, allora”. Boato dalle prime file. Ottantenni che fanno la hola.

Imboccata l’autostrada arriviamo a Messina con solo un’ora e qualcosa di ritardo. Il treno è fermo al binario dieci, addormentato. Pochi messinesi aspettano senza sapere niente di frane nubifragi e simili. Cercano di fare gli indignati con noi, quelli che arrivano in autobus da Siracusa li rimettono al loro posto. Il treno comincia a riempirsi, è arrivato un secondo autobus. Decido che è il momento di passare alla liberazione, metto mano al bustone di libri, faccio tre passi nel corridoio e il treno sprofonda nel buio.

Promuovere bookcrossing al buio è come raccontare una barzelletta sotto un bombardamento. Io non sono capace.

Poi dopo qualche minuto capisco che il treno non è al buio, ma solo in modalità risparmio energetico, le FFSS lo hanno messo in stand-by come un computer, tanto non dovranno usarlo ancora per un po’. La buona notizia è che funzionano le luci per leggere, quindi mi trovo a bordo di un treno potenzialmente dedicato alla lettura. Qua e là le prime lucine fioche si gettano nel corridoio attraverso le porte degli scompartimenti, e io decido che si comincia da quegli ingegnosi che hanno risolto il problema illuminazione.

Vincitrici di un ideale Premio Prometeo, prime in assoluto ad aver scoperto la luce, ecco due messinesi, madre e figlia. La madre sta leggendo la Casta, di Rizzo e Stella. La figlia va all’università, e incitata dalla madre si scorre i libri che ho dietro. La madre mi racconta che sta leggendo la Casta, che tutti dovrebbero leggerlo, che ora a Livorno lo regala alla sorella e ne compra un’altra copia. Intanto la figlia scarta Gadda, Pavese e prende un libro dall’aria molto scolastica intitolato Il Vangelo del Terzo Millennio, un calo sul finale di una splendida performance. Ringrazio e vado via.

Ci sono ancora scompartimenti vuoti e bui. Lascio un bel mattoncino di Tom Clancy, appostato e pronto a saltare come un Navy Seal su qualche povero malcapitato (lo rivedrò la mattina dopo nella busta del pranzo di un’insospettabile vecchina. Non ha più l’etichetta del BC, e un po’ mi sembra che la signora l’abbia rapito).

A metà corridoio trovo un vecchio vestito sportivo, mi dà l’idea dello scafato globetrotter e mi avvicino. Ma appena vede i libri scuote la testa e con una voce debolissima mi dice: no, guardi, io sono in viaggio per ragioni particolari. E non mi viene di insistere.

Nello scompartimento accanto al mio c’è una coppia di mezza età. Lui mi guarda e mi dice: non posso, ho il mal di testa. Magari un’altra volta. Poi mi chiede se gli trovo una coperta.

Il ritardo arriva a due ore, e il treno dorme a luci spente, personale delle FFSS sul binario non ce n’è, nessuno osa allontanarsi. Un uomo alto in gessato grigio nel vagone accanto viene fermato di continuo: “Scusi, lei è il cuccettista?”. La tensione aumenta e l’uomo in gessato per sicurezza si toglie la giacca.

Poi dal nulla sbuca un cuccettista vero che passa veloce per il corridoio, la madre di Messina lo tira per una manica, o forse lo tocca soltanto, non è chiaro se c’è fallo o no ai danni del cuccettista ma scoppia un casino. Tutti che urlano, il cuccettista perde il lume della ragione, grida come un forsennato ma per fortuna ha una voce roca e afona e non disturba più di tanto.

Io vorrei liberare almeno un altro libro e mi sposto nei vagoni letto, dove tutto sembra più allegro e confortevole e rilassato, ma forse l’unica differenza è che il cuccettista è più educato (e neanche tanto). Anche qui la gente non ha voglia di parlare, vuole solo aspettare che passi la nottata.

Trovo una signora che mi sta a sentire (ricorda la lettrice di Wilbur Smith), e le spiego cos’è il BC. Mi racconta che anche lei con gli amici ha organizzato una cosa simile. Le chiedo spiegazioni, e lei spiega: tra amici hanno quest’abitudine che se a uno piace un libro lo consiglia agli altri. Provo a spiegarle che il BC ha un respiro più ampio, ma alla signora va bene così. Sta già leggendo, è stata informata, passo appresso. E un po’ tutto questo casino diventa anche alibi per mandare velocemente a quel paese il ragazzo sudato che passa chi sa perché con un bustone pieno di libri.

Senza preavviso le porte si chiudono, restiamo tutti bloccati dentro, il treno parte e si va a infilare nel traghetto. Dieci minuti sul ponte ce li prendiamo di pausa. Scopro che birra e arancino è “la cena” e mi unisco ossequioso. Le vecchie nei loro cappotti neri guardano il via vai di traghetti illuminati nella notte. Un bambino canta in loop con voce straziata “Quando i bambini fanno Oh”, e la trasforma in un canto di emigranti.

A Villa S. Giovanni sale finalmente il nostro cuccettista. Porta lenzuola e coperte, e il miglioramento è sorprendente: l’uomo col mal di testa si trasforma nel Nero Wolfe del vagone. Senza alzarsi dal suo posto accanto al finestrino risolve i problemi di tutti: spiega come si sbloccano le porte, trova il cibo per i bambini, dirime le liti tra passeggeri e personale. Prima di andare a dormire si toglie l’orologio e lo dà alla moglie, che lo indossa al suo posto durante la notte.

La stanchezza si impadronisce di tutti. I bambini smettono di fare Oh e cominciano a piangere, che in queste situazioni coincide con l’ora più buia.

Non è un viaggio di grandi disagi fisici. Ho fatto viaggi infinitamente peggiori, in Italia, e sono sicuro di non aver visto il peggio, anche perché non sono preparato al peggio. Non è un viaggio di grandi disagi fisici nel senso che nessuno si fa male, nessuno si ammala, nessuno viene buttato a mare.

Ma una signora viene aggredita da un cuccettista per avergli tirato una manica dopo due ore in cui non si era visto un solo rappresentante delle FFSS sul binario. Quelli dei vagoni letto chiedono un giornale (al quale hanno diritto) e gli viene risposto: “Il giornale non c’è!”. La mattina dopo, se andiamo a chiedere un caffè il cuccettista dei vagoni letto inscena un fintissimo guasto a un pannello per non dover fare il caffè a noi delle carrozze comfort. Tutto così.

Con me nello scompartimento viaggia una coppia: alle undici del mattino dopo chiamano il figlio che li aspetta ad Aosta e dicono: “Non lo sappiamo quando arriviamo, Saverio. Tu fai come se non ci fossimo”.


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