Nulla di personale con il signor Pino Finocchiaro. Solo alcune precisazioni di sostanza. Alfio Sciacca effettivamente è il corrispondente da Catania del Corriere della sera. Ma è anche qualcosa d’altro. Non è infatti intervenuto al convegno di Liberainformazione organizzato a Catania il 16 febbraio come collaboratore del giornale di via Solferino, bensì per raccontare un episodio che il signor Finocchiaro ha bellamente cancellatola suo resoconto e che, insieme al caso La Repubblica, ha avuto assoluta centralità nel dibattito: il suo licenziamento in tronco e quello di altri cinque giornalisti professionisti dell’emittente regionale Telecolor, licenziamento deciso ed eseguito dall’editore Mario Ciancio Sanfilippo. Licenziamento che .- come ha spiegato Claudio fava intervenendo al convegno di Liberainformazione, e come prima di lui aveva testimoniato lo stesso Governo rispondendo all’interpellanza presentata sul caso da 40 parlamentari dell’Unione – non è avvenuto per ragioni economiche (“balle” sono state definite da Fava le presunte esigenze di risparmio) , ma per eseguire un processo radicale di normalizzazione di una Redazione che doveva esser ridotta al silenzio. I giornalisti, come Alfio Sciacca e come chi scrive – potevano accettare la proposta di Ciancio, ovvero accogliere una redazione parallela controllata direttamente dall’editore e restarsene in silenzio a godersi lo stipendio. Non l’hanno fatto e per questo sono stati licenziati . Un’azione di violenza feroce contro la libertà di informazione e contro sei giornalisti che oggi non possono più raccontare la loro terra nella loro terra (singolare da questo punto di vista il riferimento fatto da Sciacca al fatto che la Rai non ha mai dato un contratto di sostituzione in Sicilia a nessuno dei giornalisti licenziati da Telecolor). Questa è la storia che manca nel puntuale resoconto di Finocchiaro, come mancano, ovviamente, le ragioni che hanno reso quei sei giornalisti un bersaglio da eliminare. Una dimenticanza da poco.
Nulla di personale con Finocchiaro, ma vediamo di rimediare al suo vuoto di memoria. Un vuoto inspiegabile visto che lo stesso Finocchiaro ha intervistato Sciacca per Rainews24 ascoltando per la seconda volta quello che aveva da dire. Ma andiamo oltre. I sei giornalisti cacciati da Telecolor rappresentavano il nucleo storico e professionalizzato di una Redazione che non faceva sconti e non faceva neanche “controinformazione”, ma si limitava a raccontare quello che succedeva in Sicilia. Raccontava, a quasi un milione di siciliani, ad esempio dei parcheggi sotterranei o del piano regolatore di Catania sul quale grandi padroni della città (Mario Ciancio per primo) avevano ed hanno enormi interessi. Niente di rivoluzionario per carità, si dava solo voce anche a chi la pensava diversamente dal “pensiero unico” dettato da Ciancio. Una regola che in quella Redazione aveva fatto arrivare il Premio Cronista, il Premio Ilaria Alpi, il premi Alfio Russo e altro ancora. Niente urla e frasi ad effetto, solo la regola di non fare interviste addomesticate e fare invece le domande che andavano fatte. Un’informazione normale, niente di più. Ma neppure questo a Catania è stato consentito. Da sottolineare che alcuni di quei giornalisti licenziati, sono stati, tra i pochissimi, a denunciare nel corso di tutti questi anni lo scandalo della mancata distribuzione delle copie de La Repubblica a Catania.
Non abbiamo fatto le vittime, non abbiamo millantato inesistenti minacce, non ci siamo inviati buste con proiettili e altre amenità del genere. Siamo rimasti a testimoniare una scelta di intransigenza a difesa di chi ci seguiva ogni giorno.
Sciacca nel suo intervento ha anche raccontata dell’isolamento che ha circondato i licenziati di Telecolor, nonostante essi siano stati gli unici che a Catania - fatta salva l’eccezione, non certo paragonabile, della tragedia di Giuseppe Fava – a pagare un prezzo per aver tenuto la schiena dritta sul terreno dell’informazione a Catania. Un isolamento che prosegue ancora. Dopo i primi due telegrammi di licenziamento e le conseguenti dimissioni irrevocabili del direttore Nino Milazzo alcuni di noi si sono presentati in onda, durante il Tg, con il bavaglio alla bocca. Quel bavaglio lo abbiamo ancora e il signor Finocchiaro si è premurato a far si che non cadesse neppure adesso. Viene da chiedersi perché quei sei giornalisti cacciati creino tanto imbarazzo, anche a quella che ha la pretesa di essere la parte migliore della città e della Sicilia. Un sospetto nel corso di questo anno e mezzo ci è venuto. Forse non facciamo parte dei salotti giusti, oppure, e questo è il sospetto più forte, la nostra vicenda ha fatto divenire fisicamente tangibile il fatto che anche a Catania ci si può opporre a Ciancio, che ognuno ha una responsabilità personale, che si può andare oltre la denuncia parolaia e autoreferenziale, ma si può agire, basta accettare che c’è un prezzo da pagare e decidere di pagarlo. Noi lo abbiamo fatto.