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IL NANO E' TRATTO
Berlusconi prende tutto e subito


di Micaela Bongi


Saltati i convenevoli, Silvio Berlusconi sale alle sette di sera al Quirinale per ricevere l'incarico dal capo dello stato Giorgio Napolitano e un'ora più tardi esce per leggere direttamente la lista dei ministri che si porta dietro: senza lasciar passare almeno una notte (ma nemmeno un'ora), come da prassi istituzionale mai interrotta prima d'ora, per sciogliere la riserva e presentare la sua squadra. Lo stesso presidente della repubblica, del resto, nel pomeriggio, aveva ricordato i due colloqui «informali» avuti con il Cavaliere prima di ieri, anch'essi irrituali. Ma, si era premurato di sottolineare Napolitano compiacendosi per aver evitato «lungaggini», avvenuti «nello spirito dell'articolo 92 della Costituzione che implica un rapporto di limpida collaborazione nel rigoroso rispetto delle prerogative di ciascuno».

Insomma, la sua parte il Colle l'aveva fatta, è il messaggio, cogliendo anche l'occasione di suggerire, per il ministero della giustizia, di scegliere una figura di altro profilo. Per poi ritrovarsi, invece, con Angelino Alfano, che come previsto ha la meglio su Marcello Pera, ritenuto troppo ingombrante dal leader di Arcore, che mette alla porta anche i ciellini. E così, per il Berlusconi col cervello fumante, come lui stesso si era descritto lunedì sera, gli ultimi problemi da risolvere sono quelli con gli alleati. Soprattutto con An. E nel partito di Gianfranco Fini quello che precede il conferimento dell'incarico è un pomeriggio di fuoco, con i colonnelli scalpitanti. Tanto che Ignazio La Russa, uscendo dallo studio di Fini a Montecitorio, prevede che quello della nascita del Pdl sarà «un percorso unitario condiviso come obiettivo, ma forse da chiarire nelle modalità e nei tempi, e potrebbero esserci curve strette da superare».

Se La Russa alla difesa e Altero Matteoli alle infrastrutture sono sistemati, a An brucia l'aver perso per strada, con la vittoria e anzi nonostante la vittoria di Gianni Alemanno a Roma, il ministero del welfare, alla fine assegnato al forzista Maurizio Sacconi. Il presidente della camera, poi, vuole tenere comunque un piede nel consiglio dei ministri, spedendo al governo, seppur privo di portafoglio, il suo Andrea Ronchi. Alla fine il portavoce di via della Scrofa, spuntandola sulle resistenze del Cavaliere che voleva sei ministre, ottiene le politiche comunitarie al posto di Adriana Poli Bortone. Mentre Giorgia Meloni è confermata alle politiche giovanili. Ma An è pronta a tornare alla carica con i viceministri e con il numero dei sottosegretari (9, minimo 7, dicono), già sapendo che il premier non intende soddisfare gli appetiti nazional-alleati. Per ora Fini conterebbe sul via libera a Adolfo Urso come vice al commercio con l'estero e su buone chance per Alfredo Mantovano all'interno. Ben più difficile la collocazione dell'attuale presidente della vigilanza Rai, Mario Landolfi, alle comunicazioni, postazione che sta molto a cuore al Cavaliere, che punta a un fedelissimo come Paolo Romani.

Del resto nel nuovo esecutivo il peso di Forza Italia e soprattutto del suo capo, nonostante il cedimento finale su Ronchi, è schiacciante. E, novità, Berlusconi - che arriverà a palazzo chigi con Gianni Letta come sossegretario alla presidenza, cui si aggiungerà Paolo Bonaiuti con la delega all'editoria - sistema all'attuazione del programma il democristiano per l'autonomie Gianfranco Rotondi, che, pur avendo fatto la voce grossa nei giorni del totoministri, è un berlusconiano di fiducia. Resta per ora fuori dal governo Michela Brambilla, che perde il braccio di ferro sull'ambiente con Stefania Prestigiacomo ma dovrebbe avere la delega alla salute, promette lo stesso Berlusconi. E resta fuori l'ex Udc, ma da sempre adepto del Cavaliere, Carlo Giovanardi, in attesa di eventuale sottosegretariato con delega: alle droghe, again .

Per quanto riguarda la Lega, confermati i due ministri con portafoglio Roberto Maroni (interni) e Luca Zaia (politiche agricole), e i due senza: Umberto Bossi alle «riforme federalistiche» e Roberto Calderoli che, partito come vicepremier, nientemeno, si è ritrovato cammin facendo ministro della «semplificazione» delle leggi.

Sempre per Forza Italia, arrivano poi la cattolica coordinatrice lombrada di Fi Mariastella Gelmini, all'istruzione, e Mara Carfagna alle pari opportunità. In tutto, insomma, solo quattro donne per 21 ministeri, anche se due con portafoglio (il governo Prodi ne aveva una) su 12. E ancora, forzisti con portafoglio o senza, Franco Frattini (esteri), Giulio Tremonti (economia), Elio Vito (rapporti col parlamento), Claudio Scajola (sviluppo economico) Sandro Bondi (beni culturali), Raffaele Fitto (rapporti cin le regioni), Renato Brunetta (funzione pubblica). Il nuovo governo giurerà al Quirinale (per Berlusconi sarà la quarta volta) oggi pomeriggio. Martedì dovrebbe ottenere la fiducia della camera e mercoledì quella del senato.

dal manifesto


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