1. Tre uomini e una gamba! Parafrasando il fim di Aldo Giovanni e Giacomo ch tra disavventure varie, casuali e volute, non volevano arrivare al dunque della questione. Allo stesso modo il giornalista de La Sicilia lo immagino che suda, scrive e riscrive, che taglia, che chiede consigli, che legge e rilegge il suo pezzo tra gimcane di indecenza, di omertà, di paure (forse), di assoluta assenza di dignità. Ma resta la gamba di Claudio Fava forse a testimoniare che un bel calcio a questo tipo di informazione ancora, insieme, possiamo darla. La sera del cinque tanti giovani e meno giovani di piccole esperienze giornalistiche catanesi (I cordai, u cuntu, La Periferica, Step1, ..) hanno iniziato a affilare le penne e perchè no, a potenziare anche le gambe..., ancora quelle in Tv e nei giornali vanno di moda.
Toti Domina
"Nel febbraio 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare alle centinaia di migliaia di cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Fu un momento storico per la Cecoslovacchia. Un momento fatale, come ce ne sono uno o due in un millennio. Gottwald era circondato dai suoi compagni e proprio accanto a lui c'era Clementis. Faceva freddo, cadevano grossi fiocchi di neve, e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia che portava e lo posò sulla testa di Gottwald. La sezione propaganda diffuse in centinaia di migliaia di esemplari la fotografia del balcone da cui Gottwald, con il berretto di pelo in testa e il compagno a fianco, parlava al popolo. Su quel balcone cominciò la storia della Cecoslovacchia comunista. Dai manifesti, dai libri di scuola e dai musei, ogni bambino conosceva quella foto. Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La sezione propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Gottwald, su quel balcone, ci sta da solo. Lì dove c'era Clementis c'è solo la nuda parete del palazzo. Di Clementis è rimasto solo il berretto che copre la testa di Gottwald." Inizia così "Il libro del riso e dell'oblio", quello che, a mio parere, è l'opera più bella di Milan Kundera: un quasi romanzo, o meglio una raccolta di saggi che ruotano attorno al concetto che la lotta contro il potere è lotta della memoria contro l'oblio. Guardando quella foto sul nostro quotidiano locale ho subito pensato: il redattore capo de "La Sicilia" non ha letto Kundera, e non sa nulla dei ritocchi fotografici per cancellare i volti dei dissidenti dalle immagini ufficiali. Altrimenti si sarebbe vergognato nel riscoprirsi così "comunista". Eppure non riesco a condividere né il tono del commento di Toti Domina, né la solennità dell'appello all'ordine dei giornalisti e alla magistratura su "Itacanews", benché mi sembri molto opportuna la sottolineatura di un caso così avvilente, grottesco. Il fatto è che la ripetizione di questi toni indignati inizia a deprimermi, se ad essa non consegue un'attenzione speciale, energica, coerente per la promozione di nuove forme di informazione nella nostra città. Perciò mi permetto di avanzare una modesta proposta. Mettiamoci d'accordo per stabilire una moratoria. Smettiamola per un anno intero di occuparci del laboratorio dove si ritoccano le fotografie. Che non è la sezione propaganda della Cecoslovacchia comunista, bensì una confusa amalgama di maldestri tentativi per interpretare e soddisfare alla meglio le ubbie di un editore senile. Riderne è meglio che indignarsi. Nel frattempo, per favore, occupiamoci con più continuità e convinzione di formare strumenti alternativi basati principalmente sui giovani. Non fu questa la lezione di Giuseppe Fava?
L.G.
4. Da venticinque anni, il cinque gennaio è la data-simbolo degli antimafiosi catanesi. Per gli altri, è il giorno in cui lanciare messaggi. Una volta i mafiosi dissero: “Claudio Fava? Uccideremo anche lui” Adesso Ciancio dice: “Claudio Fava? Non esiste, lo taglio via”
Ciancio non è uno sciocco, ha hobby intelligenti (ad esempio numismatica antica) ed è molto meno grezzo del personale che usa. D'altronde essere diventato il primo imprenditore in Sicilia, aver comprato l'intera classe dirigente catanese, aver preso senza scossoni il posto che a suo tempo fu dei famosi Quattro Cavalieri non è impresa da poco.
Perciò sorprendono a volte la puerilità, l'autolesionismo e il sicuro effetto boomerang di alcune delle sue uscite. L'altra volta era stato l'editoriale affidato, sotto forma di lettera, a un esponente del clan Santapaola. Adesso una storia ancor più grottesca, e cioè la maldestra censura della figura di Claudio Fava, tagliata via da una foto in modo aperto e plateale.
Catania, come Ciancio sa, non è l'Italia intera e queste cose, ogni volta, lo rendono ridicolo e odioso. Persino la prudentissima Federazione della Stampa, che per venticinque anni - in Sicilia - è rimasta neutrale di fronte a tutto, ha dato segni di vita. Un autogol dopo l'altro. Eppure l'uomo è un politico, sa fare diplomazia quando occorre. Ma di fronte a Claudio Fava, e a Claudio Fava il 5 gennaio, perde semplicemente le staffe. Almeno, questa è la prima impressione.
Il cinque gennaio, che è una scadenza popolare e non dipendente da nessuno (furono gli studenti di Catania, e non un'autorità qualunque, a istituirla), negli ambienti mafiosi - nel Sistema - fa ancora paura. E' il simbolo di una lotta che non s'è mai fermata. Di questa giornata Claudio Fava fa parte non solo come figlio di Giuseppe Fava e come militante storico dei Siciliani, ma anche come vittima designata. E' il 5 gennaio di vent'anni fa che il clan Santapaola voleva ucciderlo, e proprio davanti alla lapide, come un esempio. L'assassinio fallì per caso. Ma il messaggio era chiaro.
E' chiaro il messaggio anche oggi, e sempre il 5 gennaio: “Io, Claudio Fava lo cancello. Il tempo passa, tante cose sono cambiate. Ma di questo potete essere sicuri, che per me Claudio Fava, i Siciliani, il movimento antimafioso, sono e resteranno dei nemici”.
Questo è il messaggio che ha mandato Mario Ciancio, e che manda ogni cinque gennaio: con queste censure esplicite, questi tagli di foto. Ma a chi lo manda? E perché lo manda? Lo manda spontaneamente, o perché costretto? Dopo quelli - visibili - degli anni '80 e '90, quali sono ora i rapporti fra Mario Ciancio primo imprenditore catanese e gli eredi dei gruppi che hanno dominato questa città?
Questa curiosità per ora è nostra e la firmiamo - assumendocene la responsabilità - soltanto noi. Ma, storicamente, molte nostre curiosità e interrogativi hanno finito per diventare interrogativi di molti, e infine delle istituzioni preposte. Vedremo quanto tempo ci vorrà stavolta.
Quanto al resto, del cinque gennaio catanese c'è ben poco da dire. E' nata un'altra leva di giovani, che noi abbiamo visto crescere da due anni in qua e altri riescono a vedere solo ora. Tranquillamente e con forza, senza cerimonie inutili e senza grandi parole, essi attendono adesso all'obbiettivo fondamentale di Giuseppe Fava, di cui sono i continuatori e gli eredi: costruire l'informazione indipendente a Catania e con questo strumento liberare la città. Non sarà un lavoro facile, e lo sanno, ma è un lavoro possibile. A condizione di essere uniti, di non nutrire povere ambizioni individuali ma solo una altissima e collettiva, e di non mollare mai.
Li aspettavamo, eravamo certi che sarebbero arrivati e non abbiamo alcun dubbio su di loro. Non c'è altro da dire.
Riccardo Orioles