La fatidica decisione - una delle tante che Walter Veltroni non era riuscito a prendere - è arrivata. Dopo lunga meditazione ieri da Bruxelles Dario Franceschini ha annunciato in quale gruppo i suoi deputati andranno a sedersi all'europarlamento di Strasburgo. Meglio, in quale non andranno. «Il Pd non entrerà nel Pse», ha spiegato, «ma cercherà di costruire un luogo per le forze progressiste, un percorso che richiederà tempo e confronto con i progressisti europei». Tradotto: gli eletti democratici non si iscriveranno al gruppo del socialismo europeo, il Pse, ma aspetteranno di confluire in un nuovo raggruppamento, un Pse allargato e con un nuovo nome (probabilmente 'gruppo dei socialisti e dei democratici europei). Lo aveva annunciato un paio di giorni fa Beppe Fioroni, usando una frase dal solenne ritmo paolino («non nel Pse ma col Pse»). Dunque sulla collocazione europea la parola finale è arrivata. Ma è quella che è: piace agli ex popolari, ai prodiani, persino a Francesco Rutelli, il più ostile al Pse. Dall'altra parte, dalla parte ex Ds, invece lascia amarezza e imbarazzo: «Abbiamo avviato un percorso», dice Piero Fassino, ma intanto lui si trova ad essere uno dei firmatari del manifesto elettorale con cui il Pse ha aperto la campagna del voto, pur non facendone parte il suo partito. E Massimo D'Alema si trova ad essere vicepresidente dell'Internazionale socialista, organismo cui il Pd non aderisce.
Malumori sulle nomine Rai (in molti hanno sentito Veltroni, nei mesi scorsi, dire, «se stiamo attenti solo ai vertici finiremo per trovarci Belpietro al Tg1», cosa che sta accadendo). La sentenza della Consulta sulla legge 40 che riapre antiche ferite in casa progressista. Così si sgretola l'immagine di Franceschini 'uomo della sintesi, 'segretario di garanzia', il bravo ragazzo «cattocomunista», come l'ha definito Berlusconi, simpatico a sinistra, con la mission di mettere ordine nella babele democratica. Sfuma l'idea di un Franceschini che si ricandida alla guida del partito a congresso. Di più: le «non risposte di Franceschini», scriveva ieri Stefano Folli sul Sole 24 ore, «tradiscono le debolezze del Pd». Le europee, cioè le elezioni in cui il Pd si gioca la sopravvivenza, quelle in cui l'asticella non deve andare sotto quota 25 per cento, sono un bel problema anche dal punto di vista della composizione delle liste. La decisione di non schierare nomi-civetta è stata accolta con un'ovazione dall'assemblea dei segretari dei circoli, di fronte ai quali l'ha annunciata ufficialmente, anche perché era accompagnata con la massima apertura ad accettare candidature delle regioni. «Bello, ma i voti dove li prendiamo», aveva però commentato un dirigente vicinissimo a Veltroni, ed ora a Franceschini. Ma era ancora l'era della tregua, quella pax che al nostro giornale Goffredo Bettini aveva definito «una moratoria interna» dovuta al fatto che «ci siamo messi paura».
La paura resta, ma la tregua che si sgretola di giorno in giorno. Le liste per le europee saranno definite entro il 18 aprile, momento in cui Franceschini vuole lanciare la campagna elettorale con un'assemblea pubblica degli amministratori locali. Fin qui però, i capilista sono ancora in alto mare. Se Sergio Cofferati dovrebbe capitanare la lista del Nord-est, non è chiara la soluzione del centro: il segretario preferisce una donna, Silvia Costa, ex dc. Ma dal territorio chiedono Goffredo Bettini. Ieri il popolare presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti l'ha detto chiaro: «decide il partito», però «Bettini ha le tre caratteristiche giuste: il radicamento territoriale, l'autorevolezza politica e il tempo libero, perché non ha altri incarichi». Al Sud l'ex cisl Sergio D'Antoni non avrebbe voglia di finire 'impallinato' da un prodiano di rito dalemiano come l'ex ministro Paolo De Castro.
Le grane europee sono niente in confronto al detonatore interno che può rivelarsi un passo falso sul versante del referendum elettorale. Anche lì Dario dovrà scegliere, e perdere l'equidistanza tra le componenti del partito: in questo caso gli ex ppi e i dalemiani sono contrari, gli ex veltroniani più che favorevoli. E lui stesso, in una riunione del caminetto, ha confessato di essere «personalmente propenso al sì».
Scelte vere, di linea e prospettiva, sulle quali la formula 'segretario pro tempore' mostra tutta la sua ipocrisia. Scelte che, sfortunatamente per il Pd si innestano su vaghezze di fondo, e l'attualità si incarica di rimettere all'ordine del giorno. Come il caso della manifestazione Cgil, sabato prossimo. Mercoledì Franceschini non aveva risposto alla domanda se sarebbe stato presente o no. Ieri ha tentato un'altra risposta: sabato a Roma «non ci sarà una delegazione ufficiale ma ci saremo come saremo alle manifestazioni di Cisl e Uil». Pochi minuti prima invece Pierluigi Bersani aveva giurato: «Il Pd aderirà ufficialmente con una sua delegazione alla manifestazione di sabato della Cgil».
dal manifesto