È stato un tam-tam martellante quello che ieri ha ossessionato i mercati mondiali: da Stati uniti, Germania, Spagna, Irlanda e Lituania sono arrivate notizie terrificanti sulla crescita, anzi la decrescita del prodotto lordo nel 2009. Ma le borse hanno retto bene l'impatto. Anzi hanno volato alto nella convinzione che la recessione è salutare, rigeneratrice e, una volta terminata, darà nuovo slancio e grandi ritorni di profitti.
In questo contesto nella notte italiana Obama ha tenuto la conferenza per fare il punto sui «primi 100 giorni» molto difficili. Ma ha potuto vantare un risultato positivo: sembra aver riacceso la fiducia delle famiglie statunitensi. E non è poco. Ha citato l'ultima indagine del Conference board, un istituto indipendente, che il giorno prima ha certificato un netto miglioramento della «confidence» dei consumatori. E ha sostenuto che mentre il Pil Usa nel primo trimestre è sceso del 6,1% annualizzato, l'unico elemento positivo è rappresentato dalla spesa dei consumatori, mentre gli investimenti privati precipitano. Un dato apparentemente contradditorio e in antitesi con la crescente disoccupazione (si procede a colpi di 650 mila richieste di sussidi di disoccupazione ogni settimana) ma in linea con la tradizione statunitense caratterizzata da una spesa che oltrepassa la capacità reddituale immediata e si alimenta sulla fiducia. Cioè sull'aspettativa che la ripresa prima o poi arriverà.
Ma Obama non ha solo la fiducia delle famiglie. Anche il mondo della finanza apprezza la sua politica. Non a caso ieri prima della conferenza stampa il Dipartimento al tesoro ha fatto sapere che oltre cento soggetti (fondi di investimento e non solo) sono interessati a rilevare dalle banche gli asset tossici cha hanno avvelenato il sistema creditizio. Certo, il principio è quello della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Ma così Barack ha conquistato il cuore di molti che prima tifano per i repubblicani e un senatore ha addirittura passato il guado, blindando la maggioranza democratica.
Sull'economia si gioca il futuro di Obama, che ha ricevuto una eredità pesantissima. L'ora della conferenza stampa impedisce di sapere se il presidente abbia parlato anche di Fiat-Chrysler, ma la sua linea è netta: tutti gli sforzi - e a qualsiasi costo - vanno fatti per mantenere i livelli di occupazione. E tra i costi c'è anche la riduzione dei salari e la rinuncia per sei anni a ogni agitazione sindacale. E i sindacati Usa non si lamentano: accettano le condizioni e le fanno accettare agli iscritti.
Rimangono gli industriali: in questa fase gli investimenti stanno crollando, ma l'obiettivo di Obama di puntare alle energie alternative sta dando frutti. Basta leggere la stampa Usa: ogni giorno annuncia investimenti giganteschi nei deserti (per il fotovoltaico) e sull'eolico che cominceranno a produrre reddito e occupazione solo tra sei mesi. Ma la «nottata» passerà presto se Obama seguiterà ad avere consensi. Ieri notte, secondo i sondaggi, c'è riuscito.
dal manifesto