Come non basterà la sospensione del trattato di Schengen per tenere fuori dalla porta del G8 inopportuni disturbatori, così sarà dura sospendere le ostilità come pure spera, e invita a fare, il presidente Napolitano in vista del summit dell'Aquila. Ieri, giorno del suo ottantaquattresimo compleanno, il capo dello stato ha rivolto un appello al cessate il fuoco: «Capisco le ragioni dell'informazione e della politica, ma il mio augurio e il mio auspicio in questo momento sono di una tregua nelle polemiche». Dal Quirinale spiegano che il presidente si riferisce alla (peraltro comprensibile) necessità di offrire un'immagine di coesione nazionale sui temi di politica internazionale, all'ordine del giorno del vertice di capi di stato e di governo. Ma, ugualmente, il suo accorato richiamo, che infatti già riscuote il plauso di esponenti del centrodestra, suona tanto inopportuno quanto disperato. Perché cade subito dopo il diktat berlusconiano a giornali e organismi internazionali («devono chiudere la bocca»), sul quale inevitabilmente va a sovrapporsi. Perché i panni sporchi del Cavaliere, da Casoria a Villa Certosa passando per le camere da letto di palazzo Grazioli, sono stati ampiamente analizzati e giudicati dalle opinioni pubbliche mondiali.
Né rassicurano le ricette economiche messe in campo per uscire dalla crisi con progetti e idee capaci di offrire al paese un'idea di futuro, come invece avviene nella politica obamiana e in quella dei maggiori paesi europei. Per minimizzare il terrore di una caduta rovinosa e umiliante, il premier cancella la realtà. Lo fa quando dice che se Obama mette quattro miliardi di dollari contro la fame nel mondo «noi faremo altrettanto», dimenticando che l'Italia è in coda alla classifica e i soldi non ce l'ha. Lo dimostra quando ripete che il peggio è passato e l'ottimismo ci salverà, come ha fatto ancora ieri, proprio mentre il minor gettito nel bilancio è salito a quota 37 miliardi. Al contrario del suo personale consenso che, invece, per il presidente-papi scende sotto il 50%.
Neppure le ricette del ministro dei condoni devono suonare così convincenti. Tra un «tutto va bene» e un «ci penso io», Tremonti ha dovuto citare le voci di una crisi politica, anche se per dare poche ore di vita a un eventuale governo istituzionale. Sostiene, il ministro dell'Economia, che Berlusconi è fortissimo, seduto su una larga maggioranza. Gli fa eco il Cavaliere che giura «sul governo più stabile di tutto l'occidente». Che di fronte a tale granitica potenza, nei palazzi romani (e in quelli di mezzo mondo) la crisi di Berlusconi tenga banco, non importa se per smentirla, o per sollecitarla, che sia entrata nella routine del dibattito politico dev'essere un particolare di poca sostanza.
L'ottimismo di facciata e le preoccupazioni di Napolitano, per il momento restano appese a quella foto di gruppo del G8 sulla quale, oggi, nessuno può scommettere.
dal manifesto