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9 luglio 2009
G-BOTTO
Gli spot di Silvio tra gli sfollati


Gabriele Polo


«Che stanno facendo lì dentro?». Imbarazzante rispondere, quando la domanda viene dalla tendopoli di Piazza d'Armi - 1.200 persone alienate nel caldo e nella depressione - visto che "lì dentro" sta per la caserma di Coppito, con i suoi salottini di vimini sotto gli ombrelloni che fanno tanto "Club Med", tra un buffet e una postazione tv. Mentre un gruppo di ragazzi dei collettivi cittadini srotola, in attesa del passaggio di Obama, lo striscione "Yes we camp", l'anziana signora che dal 6 aprile vive nel più grande campo profughi dell'Aquila resta in attesa di una risposta: «Foto di gruppo», sibila un testimone con tanto d'accredito G8 al collo. «Pubblicità, allora», conclude l'impaziente signora, la cui sintesi fa venire alla mente il fatto che qui a L'Aquila è sepolto san Bernardino da Siena, patrono della città e protettore dei pubblicitari (oltreché di pugili, cassieri e oratori). E il vertice dei grandi targato 2009 appare come una grande operazione promozionale. Di tante cose diverse, spesso in contrasto tra loro. Meglio, un'esposizione di messaggi.

Quello che dall'alto della collina di Roio domina L'Aquila da ieri mattina è il "logo" critico: "Yes we camp", scritto a caratteri cubitali, si vede da tutta la città e vuole ricordare la condizione di quasi 60.000 persone, sfollate tra tendopoli e appartamenti della costa Adriatica. È l'unica contestazione - molto placida - della prima giornata del vertice G8, che da parte sua non ha fatto altro che inanellare una serie di spot.

Il primo, in ordine d'apparizione, giornalisti, ospiti di serie B e addetti ai lavori lo ricevono nell'attraversata che dal punto di raccolta alla periferia del capoluogo abruzzese li porta alla caserma di Coppito: pubblicità occulta del piano "C.a.s.e.", su un tragitto quadruplicato rispetto al solito, per evitare le tendopoli e transitare di fronte ai due siti (sui venti previsti) dove la costruzione dei villaggi voluti da Bertolaso procede più spedita. Costruzioni che sono il principale punto di scontro tra la gestione dell'emergenza-terremoto fatta dalla Protezione civile e i comitati dei cittadini che continuano a criticare questi edifici "a carattere definitivo" perché vedono in essi la base dello smembramento definitivo della città, del suo tessuto sociale e umano.

Il secondo spot è una serie di flash e riprese tv, tutte a beneficio della"grande rivincita" del Presidente del consiglio italiano, in veste di presidente del vertice: Berlusconi che riceve, abbraccia e bacia uno per uno i grandi, Berlusconi che accompagna la Merkel a Onna, Berlusconi con Bertolaso (e Vespa) alle calcagna di Obama nella sua visita al centro ferito dell'Aquila, Berlusconi che si fa congedare dal presidente Usa e accoglie il russo Medveded per mostrare anche a lui macerie, monumenti puntellati, pannelli promozionali del "piano C.a.s.e.". Tutto rigorosamente documentato sugli schermi che punteggiano le sale stampa. A maggior gloria del premier.

Il terzo spot ha come soggetto-oggetto proprio i giornalisti. Che non hanno a disposizione nessun programma preciso, impazziscono nel rincorrere appuntamenti annunciati all'ultimo secondo, si gettano nella ressa della lotteria che riserva pochissimi posti per ogni "evento", ma possono rilassarsi sui prati appena piantati sopra il cemento della caserma, godere di un gratuito catering targato Autogrill, schiacciare un pisolino sui divani in vimini, mettersi in fila per ritirare il kit del G8 (zainetto, maglietta e quant'altro), in un'estraniazione professionale che porta più di qualcuno a lasciar perdere, e andarsene dalla caserma per andare a vedere ciò che resta dell'Aquila.

Tra uno spot e l'altro, il Vertice (con la V maiuscola) vero e proprio: le colazioni di lavoro, gli incontri dei vari "G" (Otto, Cinque, presto 14 o 20), le dichiarazioni di «guerra alla crisi economica» (ma senza sapere come se non ripetendo le solite ricette finanziarie) e l'ammissione di «discordanze» su cosette come la riduzione dei gas serra e gli aiuti ai paesi poveri (lite occidente-Cina nel primo caso, antitesi tra promesse e fatti nel secondo). E - naturalmente - le foto di gruppo. Difficile credere che qui si decidano i destini del mondo. Fuori dalla cittadella dei grandi, L'Aquila - distante pochi km, lontana anni luce - sembra una creatura dell'altro mondo. Quello dell'impaziente e anziana signora di Piazza d'Armi, da tre mesi sotto una tenda.

dal manifesto


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