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28 luglio 2009
appello per I Siciliani
SE CI AVESSERO DETTO...


di Claudio fava


Quando ammazzarono Giuseppe Fava, una sera di 25 anni fa, i ragazzi dei Siciliani provarono a immaginare come sarebbe stata la loro vita da quella notte in poi. Diversa, irrimediabilmente: lo capirono subito. E misero nel conto molte cose: dolore, fatica, solitudine e un giornale da tenere in vita a morsi. Nessuno di noi pensò che un quarto di secolo dopo lo Stato avrebbe presentato il conto economico di quella morte: 100 mila euro da pagare in moneta sonante per i vecchi e miseri debiti del giornale, riveduti e corretti da una sentenza del tribunale con il solito corredo di more, interessi passivi e ammennicoli vari. Tre mesi di tempo per saldare, pena la vendita forzosa delle nostre case già pignorate per ordine dei giudici. Una di queste, ereditata dai suoi figli, è la casa in cui nacque e visse Giuseppe Fava. Anch’essa sotto sigilli, in attesa che sia fatta giustizia.

 

Ora, il problema non sono questi denari: forse si potranno racimolare, ed è già partita una catena di indignata e stupefatta solidarietà che dimostra l’esistenza in vita un’Italia civile, nonostante tutto. Il problema è l’insegnamento che ciascuno di noi dovrebbe trarne e trasmettere ai propri figli: cari ragazzi, se malauguratamente un giorno la mafia dovesse ammazzarvi vostro padre, invece di affannarvi a proseguire il suo mestiere e la sua ricerca di verità, invece di farvi subito uomini e di caricarvi la vita sulle spalle, mettetelo da parte, quel mestiere. Dedicatevi ad altro, andate via, rassegnatevi. Altrimenti, prima o poi, vi presenteranno il conto.

 

Avremmo dovuto far questo? Seppellire Fava e chiudere i Siciliani? Smantellare in fretta quel dire e quello scrivere che era la nostra storia collettiva? Cercare lavoro in un altro giornale, ben retribuiti, ben confortati? Quel grumo di ragazzi (io avevo ventisei anni, il più vecchio andava per i trenta) scelsero la cosa sbagliata: il giornale non si chiude, si va avanti, senza una lira di pubblicità, rinunziando ai propri stipendi ma continuando a scrivere e a dire senza fare sconti a nessuno: come c’era stato insegnato dal direttore. Sull’editoriale del primo numero in edicola dopo l’omicidio scrivemmo: “Ci dispiace arrivare in edicola con qualche giorno di ritardo per cause che non dipendono dalla nostra volontà”. Ecco: nemmeno la soddisfazione di raccontare la morte e il lutto, di squadernare in pubblico il nostro dolore: nemmeno questo gli regalammo. Si fa avanti. Punto.

 

Andammo avanti, ancora per molti anni. Stipendi zero. Pubblicità zero. Conservo ancora una cortese letterina del Banco di Sicilia, lo stesso istituto di credito indebitato per decine di miliardi con i cavalieri del lavoro e con i loro ruffiani politici, che ci diceva di non voler acquistare una pagina di pubblicità sui Siciliani al prezzo di 250 mila lire. Eravamo la rivista meridionale più diffusa , venduta e letta in Italia ma per quella banca non valevamo la miseria di quei pochi denari.

 

Certo, quando devi tirare avanti così, potendo contare solo sulle copie vendute, ti tocca anche far qualche debito: carta, tipografia, fornitori… Bene: è di questo che si tratta. Quei debiti, rivalutati dall’aritmetica giudiziaria, sono diventati oggi quasi centomila euro. E quei ragazzini che scelsero di non chiudere bottega (come molti autorevoli colleghi in quei giorni di affannarono a consigliarci) ricevono adesso la visita degli ufficiali giudiziari. O vendete, o pagate.

Lo so che qualcuno vorrebbe davvero sentirselo dire: abbiamo fatto male, ragazzi, tanto valeva mollare subito, piegare il capino e le ali, parlar d’altro, occuparsi d’altro, vivere altrove. E invece sono qui a dirvi che, se pur dovremo pagare per un fottuto puntiglio giudiziario questi soldi, se pure ci toccherà riscattare ancora una volta la morte di Giuseppe Fava, tornando indietro rifarei punto per punto ciò che ho fatto. E lo rifarebbero tutti gli altri miei compagni dei Siciliani. A cominciare da quell’editoriale, nel gennaio del 1984: ci dispiace per questi giorni di ritardo, ma il nostro lavoro va avanti…


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