Stop al boia, in nome dell'Onu. È la proposta di fermare le esecuzioni di tutto il mondo, di lanciare una moratoria globale sulla pena di morte - voluta dall'Italia, fatta propria dall'Unione europea, appoggiata da una vasta alleanza internazionale - che è stata discussa mercoledì e giovedì alla terza commissione dell'assemblea generale delle Nazioni unite che si occupa di diritti umani. E' stato un dibattito aspro che ha visto contrapporsi fronti inediti. Paesi asiatici, caraibici e islamici si sono alleati per la forca, invocando «la sharia», «la forza deterrente dell'esecuzione capitale», il «neo-colonialismo dell'Europa che vuole imporre i propri valori». È stato detto davvero di tutto pur di non mandare in pensione il boia. La proposta per la moratoria universale sulla pena di morte è stata bersagliata da quattordici emendamenti killer che volevano annacquare il testo e snaturarne l'efficacia. Quindi sono stati presentati oralmente altri interventi ostili alla risoluzione. Infine è stato chiesto un voto paragrafo per paragrafo. Come in Italia, anche nel parlamento del mondo si usano tutti i mezzi possibili. Tutti gli emendamenti, comunque, sono stati bocciati, anche quelli più insidiosi che facevano riferimento alla sovranità degli stati, liberi di decidere se applicare o meno la pena di morte. L'Egitto, inoltre, ha presentato una mozione che faceva riferimento al «diritto alla vita» in senso molto ampio, citando non solo la pena di morte ma anche l'aborto. La proposta ha raccolto i consensi della Santa sede e degli Stati uniti, ma l'emendamento non è passato. Il Palazzo di Vetro non è Palazzo Madama: la maggioranza non è andata sotto.
Il documento esaminato dai 192 membri paesi membri dell'Onu chiede soltanto una moratoria - non l'abolizione - della pena di morte. La ratifica ufficiale all'assemblea generale è prevista dopo qualche giorno dal voto in commissione. Ne uscirà una risoluzione non vincolante, perché ogni paese rimane libero di decidere le proprie leggi. Ad ogni modo, una risoluzione dell'assemblea generale ha un forte peso morale, può essere richiamata da giudici e giuristi.
Il documento chiede a tutti gli stati che ancora mantengono la pena di morte di ridurre le esecuzioni e i crimini per quali è prevista la forca, inaugurando una moratoria «con l'obiettivo di abolire la pena di morte». I paesi amici del boia, inoltre, dovranno fornire al Palazzo di Vetro informazioni su come applicano la pena di morte. E il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon dovrà riferire alla prossima sessione dell'assembla generale, in programma per settembre 2008, un rapporto sulla situazione globale delle esecuzioni e sull'avanzamento della moratoria.
Ieri si è discusso di pena di morte non solo all'Onu, ma anche negli Stati Uniti: la corte suprema di Washington ha ribadito ancora una volta una "moratoria di fatto". I giudici hanno fermato un'esecuzione in Florida, dove era stato condannato a morte Mark Dean Schwab, un pedofilo dichiarato colpevole nel 1992 per aver rapito, stuprato e ucciso un bambino.
Da fine settembre la corte di Washington continua a fermare la mano del boia in attesa di discutere, ai primi di gennaio, il ricorso presentato da due condannati del Kentucky sullo stesso cocktail di veleni che sarebbero stati usati dalla Florida. Schwab era stato condannato a morte per aver ucciso nel 1991 Junny Rios Martinez, un bimbo di undici anni, la cui foto era finita sui giornali dopo aver vinto una gara di aquiloni. Uscito da poco di galera e in libertà vigilata dopo aver scontato tre anni di condanna per violenze sessuali, il pedofilo si era finto giornalista, aveva conquistato la fiducia dei genitori del ragazzino, lo aveva rapito e stuprato, prima di strangolarlo.
Ma è dall'inizio dell'autunno che negli Usa la morte di stato ha subito una battuta d'arresto: da quando cioé la corte suprema ha accettato di discutere, sulla base del caso del Kentucky, se l'iniezione letale sia un metodo «insolito e crudele», e come tale contrario all'ottavo emendamento introdotto nel 1791 nella Costituzione degli Stati uniti.
Da allora sia i giudici di Washington che i singoli stati che applicano la pena di morte hanno adottato una moratoria de facto. L'ultima esecuzione degli Stati uniti è stata quella di Michael Wayne Richard, in Texas il 25 settembre, finito al patibolo per un guasto al computer e l'intransigenza della burocrazia. I suoi avvocati non erano riusciti a presentare in tempo il ricorso alla corte d'appello statale perché il pc del loro ufficio si era guastato e il tribunale si era rifiutato di restare aperto oltre l'orario normale per i venti minuti necessari a riparare l'apparecchiatura.
dal manifesto