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| :: sezione > le idee Il personaggio ha sempre avuto un rapporto, per così dire, problematico con la verità. Fin da quando giurò che i 21 miliardi di lire recapitatigli in Svizzera dai Rovelli erano una “parcella” pagata da una famiglia che lui non aveva mai difeso. Poi cambiò tre o quattro versioni, spiegando poi al Tribunale attonito di aver mentito per «proteggermi dal fisco». Cioè perché era un evasore fiscale. Ma guai a ricordarglielo: lui rispondeva rabbioso «non sono un evasore perché ho fatto il condono», come se il condono lo facessero i contribuenti modello. Ora però le balle sesquipedali che Cesare Previti ha raccontato ieri alla giunta per le elezioni suonano decrepite, quasi provenissero dal Jurassic Park della memoria. Il suo vergognoso caso è già stato digerito dalla classe politica tutta, che l’ha frettolosamente archiviato insieme a tutte le altre putribonde indecenze della storia patria. Il fatto che il braccio destro di Berlusconi comprasse sentenze per conto del Cavaliere e di altri clienti che vincevano cause civili in cui avevano torto, scippando la Mondadori a De Benedetti o procurando a Rovelli 1000 miliardi di lire non dovuti a spese dei contribuenti, è considerato un accidente della storia. Da non usare mai nella battaglia politica, onde evitare che la questione morale vi si riaffacci pericolosamente. Da undici anni si sa che cosa faceva questo barattiere di sentenze con un pugno di giudici corrotti e impresari corruttori nelle aule di Giustizia, ma nessun leader politico s’è mai alzato per chiederne solennemente la cacciata dal Parlamento. Quel che lui ha detto ieri, a prescindere dal voto finale di 11 a 6 (comunque tardivo e ingiusto, per lo scempio che s’è fatto delle prerogative parlamentari dinanzi a una sentenza definitiva), dipende dall’annoiata indifferenza che l’ha avvolto in tutti questi anni. Quel che lui ha detto ieri, insozzando il Parlamento repubblicano e oltraggiando la logica, il diritto e la pubblica decenza, è esattamente ciò che lui sapeva di poter dire: «I miei persecutori non riusciranno mai a fiaccare la mia forza d’animo che deriva dal fatto che sono sempre stato onesto, leale e sono vittima di una persecuzione». In un paese che consente a tal Corona d’insultare a reti unificate senza replica i pm che hanno scoperto le sue porcherie, anche Previti vuole la sua parte. «L’ultimo mio giudice non è stato imparziale», ha sostenuto il perseguitato, profittando del fatto che nessuno ricorda quanti giudici l’han giudicato colpevole in base a prove che con la politica non c’entrano nulla: i bonifici bancari degli anni 80 e dei primi 90, quando lui faceva l’avvocato e il suo principale l’imprenditore. Previti s’è appellato alla Corte europea, come se esistesse per gli adepti della casta un quarto grado di giudizio. Anzi, un quinto: il quarto è l’incredibile giunta per le elezioni, che da 14 mesi si permette di discutere una sentenza della Cassazione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici che ha già prodotto la cancellazione del nostro dalle liste elettorali. Così Previti ha potuto affermare: «Tesi contrapposte si dovrebbero confrontare in una posizione “in dubio pro reo”» (le “tesi contrapposte” sarebbero una sentenza irrevocabile della Suprema Corte e i delirii di un pregiudicato). E ha potuto spiegare, in barba alla giurisprudenza consolidata, che l’anno prossimo, quando concluderà il servizio sociale nella comunità per ex-tossici di don Picchi, insieme alla pena detentiva si esaurirà anche quella accessoria, che invece viaggia separatamente ed, essendo perpetua, è incancellabile. Ma anche se, per assurdo, avesse ragione, è davvero singolare che si dica: visto che devo scontare 3 anni, tanto vale aspettare 3 anni e non farmi scontare nemmeno un giorno. Se esistesse un minimo di decenza o di normalità, tutto finirebbe in una risata omerica. Invece sono tutti seriosi: discutono, si macerano, votano, rivotano, rivoteranno e chissà quando finirà la pantomima. Ne fa parte l’ex senatore dell’Ulivo Giovanni Pellegrino, che difende Previti e mette la faccia per sostenere tesi che uno si vergognerebbe di pensare: i giudici che han condannato Previti erano «politicizzati», «parziali», «prevenuti». Insomma, come direbbe anche Pio Pompa, toghe rosse. Parola del presidente Ds della Provincia di Lecce... Il quale riesce pure a dire, restando serio: «Qui non si tratta di difendere la persona Previti, ma lo status di parlamentare: Barabba fu assolto, il Nazareno fu condannato. E Socrate fu costretto a bere la cicuta». A nessuno è venuto in mente di rispondere: sì, ma Gesù e Socrate non rubavano. Pare brutto parlare di furto in casa del ladro. da l'Unità © Copyright 2002 Itaca news |
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